Sei letterati toscani
La tavola 4 nel volume Stampe V. 8 è un testimone della fortuna iconografica del ritratto di Dante nel Cinquecento.
Si ricorda all’inizio dell’epistola a Can Grande (o almeno così mi pare), quando Dante accenna a una simile difficoltà nel presentarsi a distanza. […] o mi farò fare un’altra foto, o le manderò la fotoincisione quando sarà.
(Ezra Pound in una lettera a James Joyce, 1915)
L’incisione a bulino (mm 330x295; 1548-1570), pubblicata da Hieronymus Cock tra il 1548 e il 1570 (Riggs, Hieronymus Cock, nr. 195; Gregory, Vasari and the Renaissance Print, pp. 300-302), riproduce in controparte il celebre dipinto ad olio di Giorgio Vasari (1511-1574) raffigurante Sei letterati toscani realizzato tra il 1543 e il 1544 su commissione di Luca Martini, nipote dell’umanista Poggio Bracciolini ed esponente di rilievo della corte di Cosimo I de' Medici (1569-1574), oggi conservato al Minneapolis Institute of Arts (una copia si trova all’Oriel College di Oxford; Bowron, Giorgio Vasari’s, pp. 45-47; Parker, Vasari’s Ritratto, pp. 209-210; Macola, Dotte conversazioni, pp. 57-69).
La stampa fa parte del cosiddetto fondo antico della Biblioteca Apostolica Vaticana, il nucleo più antico e prezioso di incisioni conservate in 344 volumi suddivisi per artisti e per scuole, ed è inserita nel tomo Stampe V. 8 dedicato a Nicolas Beatrizet nel quale sono però presenti anche opere di altri artisti, probabilmente considerate dal compositore affini per stile o per contesto culturale.
Dante è raffigurato in posizione centrale circondato da insigni colleghi letterati: è l’unico che siede su una sedia finemente decorata e nonostante ciò appare alto quanto gli altri, è colto nell’atto di mostrare a Guido Cavalcanti, in piedi alle sue spalle, un libro di Virgilio trascurando momentaneamente Francesco Petrarca posto di fianco a lui il quale si protende per osservare più da vicino il volume; tra i due, in posizione arretrata, vi è Giovanni Boccaccio, anch’egli raffigurato con il capo cinto di alloro, mentre sullo sfondo chiudono il gruppo gli umanisti quattrocenteschi indicati come Angelo Poliziano e Marsilio Ficino che partecipano come semplici uditori.
Sebbene i nomi dei letterati siano incisi sulle targhe sovrastanti, questi ultimi due personaggi sono stati variamente identificati nel tempo anche con Cino da Pistoia o Cristoforo Landino e Guittone d'Arezzo. In particolare Landino fu l’autore del fortunato Comento sopra la Comedia del 1481, nel cui proemio è inserita una lettera prefatoria scritta proprio da Ficino, il quale, tra l’altro, tradusse dal latino la Monarchia di Dante.
Lo spettatore assiste ad un muto dialogo, Dante sollecita Cavalcanti a riconsiderare alcuni aspetti dell’opera virgiliana da lui sottovalutati e al contempo invita Petrarca a prestare invece maggiore attenzione alla lingua volgare da lui usata nelle Rime sparse, tomo che tiene in mano, impreziosito dal cammeo con il ritratto di Laura sulla legatura, e che Dante indica con il dito.
La pittura di Vasari è una celebrazione ideologica e intellettuale della storia della letteratura italiana, con particolare riferimento alla cultura toscana; non a caso Dante scruta con attenzione un libro di Virgilio, il più grande poeta latino, studiato e tenuto in gran considerazione dalla nuova generazione di letterati che, con Dante, si spinse oltre il pluralismo linguistico che travagliava la penisola nel XIV secolo fino alla definizione di una lingua italiana. Sul tavolo dinanzi a loro alcuni oggetti simboleggiano i diversi campi del sapere – astronomia, astrologia, geometria, geografia, grammatica – nei quali erano abili interlocutori.
Se al giorno d’oggi Dante, Petrarca (1304-1374) e Boccaccio (1313-1375) sono pienamente riconosciuti come i padri della letteratura vernacolare, nel dipinto vasariano Boccaccio è retrocesso alle spalle dei due colleghi, sembra non coinvolto nella discussione che ha come punto focale il sommo poeta. In realtà la sua collocazione tra i due è un richiamo al ruolo di mediazione che ricoprì: fu lui a promuovere Dante presso l’amico quando nel 1353 inviò a Petrarca la copia della Divina Commedia vergata di suo pugno accompagnata dal carme Ytalie iam certus honos in cui raccomandava il vate per i suoi meriti nella poesia volgare (una trascrizione dell’opera si trova in Vat. lat. 3199 e il carme boccacciano autografo in Chig. L. V. 176; Bertelli, La tradizione e il testo, pp. 1-111; Piacentini, Il carme Ytalie, pp. 185-216).
Martini stesso fu pienamente coinvolto nella committenza dell’opera: ingegnere, letterato, membro di varie accademie e mecenate di artisti, fu un grande estimatore di Dante e a lui va probabilmente attribuita l’impostazione figurativa del quadro. Alcuni studiosi hanno inoltre colto nell’allestimento degli oggetti sul tavolo un richiamo ad una lezione tenuta nel 1543 all’Accademia Fiorentina, della quale Martini fu fondatore, dal suo grande amico Benedetto Varchi (1503-1565) sugli ultimi versi del XXII canto del Paradiso in cui Dante, giunto all’ottavo cielo, nella zona della propria costellazione, i Gemelli, è invitato da Beatrice a guardare in giù per osservare il cammino percorso e scorge così i vari pianeti tra cui la terra ormai distante.
Il globo terrestre e quello celeste con la costellazione dei Gemelli in evidenza – simboleggiata da due figure abbracciate – materializzano questa visione; gli strumenti come la sesta e il quadrante, i libri e il calamaio evocano, non solo le dottrine dei Sei letterati toscani, ma anche l’impegno di Varchi nel verificare i riferimenti danteschi (Macola, Dotte conversazioni, pp. 57-69). È interessante notare che nella traduzione incisa del quadro sono scomparsi i Gemelli sulla sfera celeste, si vedono invece chiaramente le costellazioni della Bilancia, del Serpente e del Capricorno, quest’ultimo tra l’altro emblema e ascendente astrologico di Cosimo I.
In generale le discussioni che si tenevano presso l’Accademia, nata come luogo di promozione e di studio della lingua volgare, furono terreno fertile per la nascita della commissione vasariana che divenne così una rappresentazione concettuale e letteraria del circolo di Martini tra i cui membri si ricordano, oltre lui stesso e Varchi, anche il vescovo umanista Ugolino Martelli, il poeta Anton Francesco Grazzini e il pittore Agnolo Bronzino, il quale aveva già ritratto Dante qualche anno prima, nel 1532-1533, su incarico del ricco mercante fiorentino Bartolomeo Bettini in una tela carica di suggestioni allegoriche oggi in collezione privata.
[testo a cura di Manuela Gobbi]