Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto, / ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli, frusci di serpi.
(Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, 1925)
Tra gli altri testi, il manoscritto, di piccolo formato allestito a Roma nel primo Cinquecento, tramanda per intero il De vulgari eloquentia, dalla tradizione particolarmente travagliata e povera di esemplari. Ne rimangono infatti a oggi solo tre del XIV secolo: uno fiorentino – Berlin, Staatsbibliothek Preußischer Kulturbesitz, Lat. folio 437 – e due probabilmente padovani – Grenoble, Bibliothèque Civique, ms. 580 e Milano, Biblioteca Trivulziana, ms. 1088 (Fenzi, Nota al testo, p. XCV).
f. 17r, incipit del De vulgari eloquentia
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Quest’ultimo fu acquisito da Giangiorgio Trissino (1478-1550), che proprio da esso ha tratto la sua traduzione dell’opera dantesca poi stampata nel 1529. Egli ha inoltre consentito a Pietro Bembo (1470-1547) e ad Angelo Colocci (1474-1549, per il quale cfr. qui) di derivare dal trecentesco Trivulziano due copie manoscritte ‘moderne’: una, con il testo completo, è appunto il Reg. lat. 1370, mentre l’altra, con il testo solo parziale, è il Vat. lat. 4817 (Pulsoni, Il De Vulgari Eloquentia, p. 449).
Come si diceva in apertura, il codice – noto anche come Grammatichetta Vaticana – è composito e oltre all’opera di Leon Battista Alberti (1404-1472) che dà il nome all’intera raccolta e al De vulgari eloquentia, l’uno e l’altro in sequenza all’inizio del volume (cfr. Restaino - Brunetti, Scheda nr. 10, pp. 50-51), contiene anche un insieme di testi particolarmente significativi per l’umanesimo greco, per l’antiquaria e per le arti visive in ambito romano (Cannata, Il dibattito sulla lingua, pp. 901-902, 912-913).
La trascrizione del Reginense deve essere avvenuta tra il tra il 1514 e il 1515/1516 (Cannata, Il dibattito sulla lingua, p. 902; Fenzi, Nota al testo, p. XCV), tutte le opere in esso contenute sono infatti databili entro questo anno e peraltro «appartengono […] al mondo familiare e intellettuale di Pietro Bembo», che ne segnala l’avvicendamento apponendo per ciascuna il titolo (Cannata, Il dibattito sulla lingua, pp. 902, 927).
Il valore della Grammatichetta Vaticana è certo nella sua natura miscellanea, ma è circostanza particolarmente rilevante che la sua apertura sia affidata proprio alla ‘coppia Alberti-Dante’. Si tratta infatti di una scelta che riflette quanto nei primi decenni del XVI secolo si agitava nel dibattito teorico sulla lingua, anche a Roma, dove gli «interessi di grammatica, ortografia e scrittura del volgare» si coniugavano alle considerazioni sui «rapporti fra le lingue classiche e le volgari» per aprirsi, per tale via, alla relazione «fra la Roma antica e la moderna» (Cannata, Il dibattito sulla lingua, pp. 901, 913, 922-927).
f. 1r, Leon Battista Alberti, Grammatichetta - f. 7r, Dante Alighieri, De vulgari eloquentia
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