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Viaggiare con Dante

L'ALTRO DANTE



Per Ezra Pound

il miglior fabbro.

(Thomas Stearns Eliot, La terra desolata, 1922)


La generale (e trasversale) fama di Dante è fuor di dubbio affidata alla Divina Commedia. Ma l’attività letteraria dell’Alighieri ha spaziato in molte altre direzioni: prolifico poeta lirico (Vita nova, Rime), egli è stato anche un intellettuale impegnato nella riflessione, in termini dottrinario-filosofici, sulla lingua e sul pubblico come destinatario (Convivio, De vulgari eloquentia) e, in termini di teoria politica, sugli scenari a lui contemporanei che poi si fanno universali (Monarchia); in unico caso, per quanto è sinora noto, egli assume le vesti del magister universitario quando discute pubblicamente una questione di cosmologia (Questio de aqua et terra). Senza infine tralasciare un accenno a Egloghe, Epistole, Fiore, Detto d’Amore.

La costruzione del suo pensiero – filosofico, politico, etico – non procede per tappe successive, secondo una linea ‘evoluzionistica’, ma al contrario si muove contemporaneamente su una molteplicità di piani. Se fosse possibile giungere a un livello di astrazione tale da poter osservare la sua attività letteraria al contempo dall’esterno e dall’alto, si vedrebbe probabilmente una rete, un vero e proprio network costruito su un fitto ordito di relazioni tra le sue opere, non sempre facilmente dipanabile.

Sebbene siano ancora molti i luoghi oscuri e talora controversi della sua produzione – ad esempio, una cronologia tuttora sfuggente o la ragione di certe ‘incompiute’ –, gli editori e la critica sono concordi nel riconoscere a tutte le prove di Dante, tanto da sottolineare questo dato sovente e con una certa cura, un notevole livello di originalità rispetto alla tradizione che lo aveva preceduto, sia quella a lui più prossima sia quella più lontana nel tempo. Da premesse sempre omogenee a una griglia di pensiero, a linee di ragionamento, a orizzonti culturali propri del suo tempo, egli ha avuto la capacità di innovare linguaggi, punti di osservazione, proposte dottrinarie.

Aspetti che acquisiscono ancora più vigore se accostati ad altri due elementi connotativi della sua vicenda letteraria: l’autobiografismo e l’auto-esegesi. Atteggiamenti da leggere certo non alla stregua di un ‘realismo’ inteso in senso moderno: la restituzione di alcuni episodi della propria vita, il disvelamento del significato delle sue liriche, alcune delle considerazioni personali che campeggiano qua e là sono infatti funzionali alla costruzione di un più profondo discorso letterario che da particolare deve farsi universale.


La lirica amorosa

A oggi, le prime testimonianze letterarie dantesche si leggono nei Memoriali bolognesi e nei canzonieri che riuniscono le origini della nostra letteratura in volgare: negli uni e negli altri è possibile rintracciare singole composizioni come Donne ch’avete intelletto d’amore o Negli occhi porta la mia donna Amore o ancora Così del mio parlar (Grimaldi, Rime, p. 314). Nella raccolta allestita dal poeta trevigiano Nicolò de’ Rossi, trenta componimenti compaiono già in una sezione ‘monografica’, che si apre con la peculiarissima canzone trilingue Aï faus ris, pour quoi traï aves, alla quale fanno seguito altre canzoni e alcuni sonetti (Grimaldi, Rime, p. 313, con bibliografia).

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Canzoniere Vaticano, Vat. lat. 3793, f. 99v: Donne ch'avete intelletto d'amore

Poiché Dante non ha mai pensato alle sue liriche come a un canzoniere organico (De Robertis, La tradizione, p. 152, con bibliografia) – al massimo radunate in ristrette sillogi a uso privato per amici e per conoscenti (Grimaldi, Rime, p. 294) –, la critica moderna si è preoccupata di fornire loro una veste editoriale adeguata, secondo due principali approcci: includere nella categoria ‘Rime’ tutte le poesie ad eccezione di quelle della Vita nova e del Convivio (Dante Alighieri, Rime 1939; Dante, Rime) o, al contrario, considerare nel corpus anche queste ultime (Dante Alighieri, Rime 2002).

Tratto comune a tutte le ‘cose dantesche’, anche la sua produzione lirica è caratterizzata da un’incerta cronologia (Grimaldi, Rime, p. 293), mentre qualche notizia sulla sua circolazione, precoce e ragguardevole, è offerta da Dante stesso nei passi autobiografici di Vita nova e di Convivio. La loro diffusione deve essere stata infatti rapida ed estesa, rispetto anche alla fisionomia del pubblico, poiché i componimenti poetici furono compresi in miscellanee già alla fine del Duecento e vi era già una «rilevante tradizione manoscritta» nel secolo successivo (Grimaldi, Rime, pp. 294, 304), Dante ancora in vita (De Robertis, La tradizione, p. 152). Confermano il fenomeno i circa 350 testimoni a oggi noti, che divengono oltre 500 se si volessero considerare anche le attribuzioni apocrife (Grimaldi, Rime, p. 313; De Robertis, La tradizione, pp. 149-160).

Un abbondante insieme che è stato suddiviso dalla critica in alcuni nuclei principali, distinti su base storico-geografica: a «una precoce tradizione settentrionale», già allo scadere del secolo XIII, fa seguito una ‘linea’ toscana nei primi decenni del Trecento che rinvigorisce con «l’attività di copia di Giovanni Boccaccio» dalla quale, tra le altre, discendono le «imprese “editoriali”» dei secoli XV e XVI (Grimaldi, Rime, p. 313; De Robertis, La tradizione, p. 152).

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Canone di Giovanni Boccaccio, Chig. L. V. 176, f. 34v, incipit delle Rime: Così nel mio parlar voglio essere aspro

Il tema amoroso è proprio di queste composizioni, che hanno per protagonista una donna, Beatrice «apparizione beatifica» e salvifica, dalla quale appunto promana un sentimento dal «potere nobilitante», dalla «natura necessaria e non volontaria». Contenuti declinati in maniera esclusiva, probabilmente nel solco dei poeti della scuola siciliana e a segnare una distanza con il resto della tradizione che aveva invece contemplato anche altri argomenti, e che ruotano attorno ai concetti di novità e di dolcezza, fondanti dello Stilnovo (Grimaldi, Rime, pp. 294-295). Riconducibili in toto alla tradizione sono invece i generi metrici impiegati, «gerarchizzati» poi nel De vulgari eloquentia, «probabilmente sulla base dell’ordinamento più diffuso nei manoscritti lirici volgari»: «canzoni (mono e pluri-strofiche), ballate e sonetti» (Grimaldi, Rime, p. 300), mentre il linguaggio scelto da Dante, improntato alla «varietà stilistica e lessicale», al «decoro stilistico», alla «chiarezza formale», mostra una cesura con le esperienze precedenti (Grimaldi, Rime, p. 301).

È già in questa fase che si annuncia la peculiarità sottesa a tutta la produzione dell’Alighieri: il muoversi cioè nel solco di una solida tradizione, che è a un tempo ‘moderna’ e ‘antica’ e sempre saldamente posseduta, sulla quale si innesta, di volta in volta, la sua proposta innovativa. Per la lirica, egli poggia il suo fare poetico sulla consuetudine trobadorica, «filtrata dalla conoscenza dei maggiori poeti italiani del Duecento», coniugata a Ovidio, a Orazio, a Virgilio, alla poesia mediolatina, Boezio su tutti; l’allontanamento da queste premesse si produce tuttavia con l’inserimento, in un contesto nel quale normalmente tali elementi non sono mai compresi, «di elementi religiosi e narrativi» e con l’introduzione della «personificazione» (Grimaldi, Rime, p. 301).

Si diceva in apertura di autobiografia e di auto-esegesi: sono due filoni che percorrono anche la vicenda delle Rime, rilette da Dante in maniera retrospettiva e teleologica, per «tracciare una storia il più possibile lineare dall’innamoramento per Beatrice fino alla morte di lei», travalicata dalla forza di Amore inteso nel senso di caritas (Grimaldi, Rime, p. 304; Pirovano, Vita nuova, p. 9), fino a rendere «esemplare» l’«esperienza del singolo» (Pirovano, Vita nuova, pp. 3-8). Nella Vita nova la ‘donna gentile’ ha una propria corporeità, mentre nel Convivio ella si ammanta di significati altri che la collegano alla Filosofia, sul modello soprattutto della Consolatio Philosophiae di Boezio, in un processo che prefigura il duplice livello di interpretazione dell’intera Commedia, letterale e allegorico (Grimaldi, Rime, pp. 304-305).

Il poetare è inoltre per Dante occasione per un’indagine teorica sistematica su cosa sia ‘fare poesia’, un profondo meditare che confluisce nella Vita nova e, in maniera maggiore, nel Convivio e nel De vulgari eloquentia (Grimaldi, Rime, p. 302; Pirovano, Vita nuova, p. 22).


Vita nova

Poesia in volgare e argomento amoroso: su queste due direttrici prende avvio l’attività teoretica di Dante, in un binomio reso esplicito proprio nella Vita nova, nella quale poesia latina e poesia volgare sono collocate su un analogo livello di dignità (Manni, La lingua, p. 31). Con una riflessione che coinvolge parimenti poesia e prosa: la prima consente una «maggiore libertà espressiva», ma è la seconda ad «aprire la ragione che è sottesa alla poesia, adorna di figure e colori retorici» (Manni, La lingua, p. 31). Egli dichiara quindi le ragioni dell’adozione del prosimetro, peculiare forma nella quale convivono nella medesima opera i due diversi linguaggi compositivi; Dante pone perciò sin da subito le basi teoriche della propria attività letteraria, e d’ora in avanti i due momenti procederanno sempre appaiati, riflessione e ‘creazione’ saranno inscindibili (per alcune interessanti riflessioni sull’andamento e sulle caratteristiche della prosa dantesca, in termini di scelte linguistiche e sintattiche nella Vita nova, cfr. Manni, La lingua, pp. 71-76).

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Chig. L. VIII. 305, f. 7r: Vita nova

Per la Vita nova – titolo dai forti richiami cristiani e soteriologici (Pirovano, Vita nuova, p. 9) – Dante decide di adottare il volgare, la lingua materna, in maniera esclusiva, una scelta orientata sia dalla natura del pubblico-destinatario (individuato nelle donne, ma non solo, cfr. Pirovano, Vita nuova, p. 25) sia dal dedicatario dell’opera, Guido Cavalcanti: «E simile intenzione so ch’ebbe questo mio primo amico a cui ciò che scrivo, cioè ch’io li scrivessi solamente in volgare» (XXX 3; Pirovano, Vita nuova, p. 3).

Il prosimetro, si diceva: un’operazione «che non ha precedenti nella letteratura italiana» e che mostra l’innovativa versatilità dell’Alighieri; egli crea infatti un «nuovo organismo» intercalando le sezioni di «prosa narrativo-esegetica» con 31 componimenti poetici di differente forma metrica – «23 sonetti canonici, 2 sonetti rinterzati, 3 canzoni, 1 canzone interrotta (alla prima stanza), 1 doppia stanza di canzone, 1 ballata» –, con un andamento che «rompe l’ordinata e tradizionale ripartizione per generi metrici dei canzonieri duecenteschi», nei quali la sequenza era generalmente ‘canzone-ballata-sonetto’ (Pirovano, Vita nuova, pp. 3-8).

La struttura è inoltre simbolica ed è «giocata sul numero 9», «il numero di Beatrice»; le «simmetrie interne» all’opera sono perciò ordinate sui multipli del tre: tanti sono i proemi come le digressioni presenti a scandire la narrazione (Pirovano, Vita nuova, pp. 14-16, anche per ulteriori riflessioni sul «paradigma novenario» nella Vita nova rispetto alle conoscenze astronomico-astrologiche del suo autore). Su di essa si incastona una «concezione del tempo di matrice cristiana […] attiva» soprattutto «nei vangeli», basata sull’assunto che il «tempo che scorre contiene una grazia e questa grazia è l’amore di e per Beatrice» (Pirovano, Vita nuova, p. 16). Poiché l’esperienza personale che Dante racconta deve assumere carattere universale, luoghi dell’azione e personaggi che la animano sono di fatto avvolti dall’indeterminatezza (Pirovano, Vita nuova, pp. 16-17).

Il «repertorio metrico chiuso», lo «stile limpido, piano e trasparente», l’«esclusività tematica incentrata sull’amore», «il pubblico […] preselezionato […] sul piano culturale [… e] sul piano etico», l’individuazione della categoria dei «poete volgari» – «inaudito sintagma» che afferma la pari dignità del fare poesia in latino e nella lingua materna – sono le caratteristiche che rendono innovativa la Vita nova, insieme alla sua natura di prosimetro, ancora oggi difficile da includere in un genere letterario univoco (Pirovano, Vita nuova, pp. 26-27, 29, anche per le considerazioni sui modelli).


Convivio

Quindi Dante si dedica a «un ambizioso dittico in prosa» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 66; in generale, cfr. anche Nardi, Dal “Convivio” alla “Commedia”, pp. 20-36; Sasso, Dante. L'imperatore; Id., La lingua, la Bibbia, pp. 13-58), allestito in «contiguità temporale e tematica» (Inglese, Vita di Dante, p. 86), ma mai portato a termine: Convivio (che avrebbe dovuto constare di quattordici trattati, libri, uno per ogni canzone da commentare, introdotti da un proemio) e De vulgari eloquentia (che avrebbe dovuto avere uno sviluppo in quattro libri).

Nel primo, ancora in forma di prosimetro e destinato a un «pubblico ampio, di uomini e donne […] nobili ma non canonicamente colti» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 69; Inglese, Vita di Dante, p. 86), trovano svolgimento questioni etiche e filosofiche e si dà in esso, per la prima volta, il modo per trasferire le regole della prosa latina su un’analoga forma di scrittura, ma in volgare, con una riflessione che prende avvio proprio dalle canzoni di Dante; esse non sono più funzionali a una narrazione ‘lineare’ come nella Vita nova, ma sono assunte e analizzate singolarmente come composizioni letterarie.

A oggi si conservano 45 codici del Convivio, quasi totalmente fiorentini; di essi, solo due sono trecenteschi, mentre tutti gli altri sono stati confezionati nel XV secolo (come l’Urb. lat. 686). L’intera tradizione è basata su un archetipo molto corrotto, peculiarità che si riflette perciò anche nelle copie (Dante Alighieri, Convivio; Manni, La lingua, p. 69); ne è ad esempio un indizio la «coloritura dialettale aretina» rilevata nel «più autorevole dei testimoni», il Barb. lat. 4086, tuttavia «ritenuto il codice che meglio ci raffigura le condizioni fonetiche e morfologiche dell’archetipo» (Manni, La lingua, pp. 69-70).

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Urb. lat. 686, f. 2r, incipit del Convivio

Nella Vita nova Dante propone, come si è visto, l’associazione tra le liriche di argomento amoroso e la lingua materna, mentre nel Convivio questa è adoperata ‘fuori contesto’, per trattare cioè temi filosofici – nobiltà, giustizia, liberalità –, tradizionalmente dati appunto in latino. Un’operazione d’avanguardia che ha bisogno perciò di un rigoroso impianto teorico (Mengaldo, De vulgari eloquentia, pp. 3-4), volto a sostenere «l’uso di una lingua che ancora non era stata sperimentata» in quella direzione (Casadei, Dante. Storia avventurosa, pp. 69-70).

Il disegno dell’autore poggia essenzialmente su tre ragionamenti: poiché le canzoni sono state scritte in volgare anche il commento dovrà essere proposto nella medesima lingua; poiché il latino è lingua sovrana per nobiltà, per vertù, per bellezza essa sopravanzerebbe i testi delle liriche, con un disequilibrio perciò tra testo ‘originario’ e commento.

Non meno importante è inoltre l’aspetto che coinvolge i destinatari: il latino escluderebbe dalla fruizione proprio coloro che invece Dante intende raggiungere, un pubblico cioè dalla media alfabetizzazione che con il latino avrebbe più difficoltà che con il volgare («lo latino avrebbe a pochi dato lo suo beneficio, ma lo volgare servirà veramente a molti», I IX 4-5).

Vi è infine lo naturale amore a propia loquela, con una «affermazione della dignità della prosa» anche sulla poesia, pervasa da un connaturato grado di artificio retorico (Manni, La lingua, p. 32).

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Urb. lat. 686, f. 9v, Convivio

Per il suo modello teorico, Dante elabora anche una rigorosa struttura – «di fatto […] applicata con coerenza solo nel quarto trattato» –, nella quale l’incipit è assegnato a una sua canzone – «magari scritta già da parecchi anni» – letta per mezzo dell’allegoria, indagata perciò nei suoi significati celati dietro il senso letterale, e sulla quale egli sviluppa un «commento, simile a quello riservato […] ai testi filosofici o morali di grande importanza» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 70).

Un ulteriore elemento innovativo del Convivio risiede ancora nella lingua: con l’opera «entra» infatti «in circolazione e si fissa nel suo valore tecnico una vasta terminologia» per «i concetti fondamentali della metafisica, della gnoseologia, dell’etica e della logica»; la stessa parola «idea» sembra attestata in volgare per la prima volta proprio in Dante (Manni, La lingua, p. 77).

E tuttavia, la vera e propria «grandiosa novità» del trattato «è l’adesione […] entusiastica […] alla dottrina dell’Impero universale (o monarchia)», ordinamento presentato come «necessario al bene del genere umano» e che ha il suo «fondamento giuridico nel volere di Dio» (Inglese, Vita di Dante, p. 87); uno sviluppo critico e teorico che sarà ancora indagato nel De vulgari eloquentia e poi, in maniera ‘monografica’, nella Monarchia.


De vulgari eloquentia

L’arte di dire in volgare, «trattato tecnico e […] originalissimo» completato solo fino al capitolo 14 del secondo dei quattro libri previsti, è invece in latino ed è destinato «a un pubblico di dotti che però non disdegnano di praticare il volgare» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, pp. 73-74; in relazione a questo, la critica ha individuato un possibile legame con l’ambiente bolognese, che Dante conosce molto bene, cfr. Fenzi, Introduzione, pp. XXIII-XXIV e prima Tavoni in Dante Alighieri, De vulgari eloquentia; su questi aspetti cfr. anche Gargan, Dante, la sua biblioteca, passim).

Nel trattato Dante articola con maggiore intensità le ragioni per la «scelta del volgare» e ne precisa i presupposti teorici con maggiore decisione; è qui che egli affronta per la prima volta la “questione della lingua”, posta nei termini che poi caratterizzeranno nei secoli successivi tutta la riflessione su tale punto nodale, tanto che l’opera è stata riconosciuta come «la prima tappa» di questo percorso (Manni, La lingua, p. 51; e anche cfr. Mengaldo, De vulgari eloquentia, pp. 4-6; Fenzi, Introduzione, p. XXXII).

Poiché il latino è una lingua letteraria ‘non naturale’ – è cioè una grammatica che si apprende con lo studio (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 72) –, in un’Italia che parla in volgare, «strumento primario della comunicazione fra gli uomini» (Manni, La lingua, p. 40; su tale aspetto cfr. anche Fenzi, Introduzione, p. XXVI) pur in maniera diversificata, vi è bisogno di una lingua anch’essa letteraria, un’eloquenza, ma appunto volgare (Fenzi, Introduzione, p. XXV; cfr. anche Bruni, La geografia di Dante, pp. 241-253).

Da queste premesse, il fulcro della riflessione diviene perciò la ricerca dell’idioma ‘materno’ perfetto, il volgare illustre, tra i tanti in uso nella penisola, che peraltro l’Alighieri mostra di conoscere in maniera piuttosto approfondita, probabilmente per via dei suoi soggiorni «in tante località […] o magari tramite il contatto con altri esuli o viaggiatori» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 67; Manni, La lingua, pp. 38-39; Fenzi, Introduzione, p. XXII).

Sostenuto da questa preparazione, egli individua ad esempio la «parentela fra le lingue romanze […] sulla base della stretta concordanza lessicale», pur non cogliendone la comune radice latina (Manni, La lingua, pp. 40-41; cfr. anche Mengaldo, De vulgari eloquentia, pp. 14-16).

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Reg. lat. 1370, f. 17r: De vulgari eloquentia

Il volgare illustre è una lingua superiore che deve sopravanzare «la variabilità storica e geografica» e che deve permettere «di scrivere a un livello […] adatto ai […] contesti più elevati»; Dante ne indica i prodromi nella poesia provenzale e in quella ‘italiana’ e, sebbene ancora distanti dalla perfezione, poeti come Cino da Pistoia e l’amico suo (cioè l’Alighieri stesso) hanno un qualche «titolo di merito» in questo panorama (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 73; Fenzi, Introduzione, p. XXX), tanto che «il trattato dantesco è veramente la coscienza critica dello Stilnovo» (Mengaldo, De vulgari eloquentia, p. 14).

Dal secondo libro, il discorso teorico si incardina poi sull’applicazione pratica (Manni, La lingua, p. 45), ma il lavoro si interrompe e solo da accenni in ciò che dell’opera è stato composto è possibile abbozzare, con una certa approssimazione, i temi che l’autore avrebbe poi considerato.

Nel terzo egli avrebbe forse ragionato di «prosa illustre», con un ennesimo scatto in avanti nel quadro teorico che coinvolge il volgare e i suoi usi, mentre nel quarto avrebbe voluto dedicarsi «allo stile comico e al relativo volgare mediocre o umile» (Manni, La lingua, p. 46; su tali questioni, diffusamente, Fenzi, Introduzione, pp. XIX-XX).

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Reg. lat. 1370, f. 21r: De vulgari eloquentia

Come già accennato per il Convivio, il discorso di Dante ha inoltre un rilevante riflesso politico che rende palese la sua svolta ‘ghibellina’: per la sua lingua illustre egli pensa infatti a un contesto ‘omogeneo’, di «strutture politiche e giuridiche unitarie» (Manni, La lingua, p. 44), come ad esempio la curia imperiale di Federico II (e poi di suo figlio Manfredi; cfr. Arnaldi, Dante Alighieri; Fenzi, Introduzione, pp. XXI, XXXI; Maddalo, La corona e la porpora, pp. 271-282; Inglese, Vita di Dante, p. 81; Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 73), ambito che non casualmente ha favorito la nascita di una scuola poetica molto prolifica e molto prossima, per alcuni esiti linguistici, a quanto Dante va cercando. Si tratta di una «importante torsione» che dal «guelfismo giovanile […] lo avrebbe […] portato al radicalismo ghibellino degli ultimi anni», distillato poi nella Monarchia (Fenzi, Introduzione, p. LVI).

Il De vulgari eloquentia è perciò «un’opera eccezionale per la novità dei temi affrontati, per la ricchezza delle argomentazioni e per la vastità e l’originalità dell’impianto» che pone al centro di una riflessione organica «temi di filosofia del linguaggio e di storia linguistica, di retorica e di storiografia e critica letteraria» (Manni, La lingua, p. 48). La capacità dell’Alighieri di adoperare e rielaborare le sue fonti gli consente di giungere a inediti e pionieristici «squarci di riflessione», come ad esempio nella sua formulazione del «principio della mutevolezza delle lingue parlate nel tempo e nello spazio» (Manni, La lingua, p. 49; e poi Fenzi, Introduzione, p. XXX).

La puntuale e acuta ricerca di Dante non ha, a suo parere, esito: il suo rigoroso giudizio sui singoli volgari si sofferma sempre sulla loro «insufficienza, grossolanità, municipalità»; ed è un «aspetto paradossale» poiché egli conduce la sua ‘dimostrazione di inadeguatezza’ sulle canzoni dei poeti siciliani, toscani, bolognesi che invece sono «perfettamente rappresentative del ‘volgare illustre’» (Fenzi, Introduzione, p. XXXI) e che oggi, anche grazie alla linea tracciata dall’Alighieri, costituiscono il fondamento della letteratura italiana (a testimonianza della lunga durata delle riflessioni dantesche, un loro risvolto pop è rappresentato dal gioco da tavola, di buon successo peraltro, intitolato proprio De vulgari eloquentia, di Mario Papini).


Convivio e De vulgari eloquentia, dunque: «un progetto d’insieme ambiziosissimo» con «una mole paragonabile a quella delle maggiori Summae scolastiche», nella quale l’«analisi linguistico-stilistica» si dà per la prima volta in questa forma ed è «di fatto diversa anche da alcuni trattati latini di Cicerone o di Quintiliano» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 68).

Le due opere – delle quali probabilmente la prima precede la seconda, in ragione di alcuni rimandi interni che muoverebbero in questa direzione – potrebbero aver avuto una gestazione compresa tra il 1304 e il 1307 (ma per la cronologia, discussa, cfr. anche Malato, Premessa. La Nuova, p. XVI e Fenzi, Introduzione, pp. XXI, XLVII). Opere dell’esilio perciò, nelle quali emerge nel testo e a più riprese la sua dolorosa condizione (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 68); in sospensione vi è anche la speranza di un ritorno a Firenze proprio grazie al prestigio conseguito con i due trattati (Inglese, Vita di Dante, p. 82).

In essi egli dismette infatti i panni del «poeta d’amore» e assume quelli del «dotto conoscitore sia delle regole letterarie, sia dei grandi problemi filosofici» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 67), nel tentativo di «definire la propria posizione di intellettuale» (Mengaldo, De vulgari eloquentia, p. 3). L’unica strada praticabile nella sua condizione è proporsi alle «corti signorili medio-piccole dell’Italia padana e appenninica» come un professionista nell’arte della retorica, «con le annesse funzioni politico-diplomatiche» (Inglese, Vita di Dante, p. 82). In un progressivo allargamento del proprio punto di vista e della consapevolezza di sé, da cittadino di Firenze a «‘cittadino del mondo’» (Fenzi, Introduzione, p. XXII).


Monarchia

Trattato «filosofico e giuridico per la teoria e la pratica politica», al centro del quale è posta la riflessione sulla «gestione e [il] bilanciamento dei poteri» (Casadei, Dante. Storia avventurosa, p. 101). Qui Dante si propone «l’esatta conoscenza della temporalis monarchia», vale a dire l’«imperium», «un potere unitario e superiore che si esercita su tutto ciò che è soggetto al tempo»; rispetto a tale linea di ragionamento, sono perciò escluse da questo esercizio di potere le «realtà spirituali» (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. XIX, da cfr. anche per la distinzione tra Monarchia, effettivo titolo dell’opera, e De monarchia, titolo invece dell’editio princeps del 1559, ma adottato senza soluzione di continuità fino al XX secolo).

Il gruppo più cospicuo di manoscritti che conserva opere latine di Dante è rappresentato proprio dai ventuno codici testimoni del trattato, a dimostrare l’attenzione a esso riservata sin dalla morte del suo autore; gli esemplari più risalenti sono il lat. 4683 della Bibliothèque nationale de France di Parigi e l’Add. 6891 della British Library di Londra, l’uno e l’altro assegnati alla metà del XIV secolo per via paleografica (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. CXXIV), mentre il Pal. lat. 1729 può collocarsi alla fine del medesimo secolo.

In accordo con le rigorose regole formali della trattatistica e per mezzo del latino, l’Alighieri procede proponendo tre questioni, una per ogni libro, presentate nella loro premessa teorica, il principium, esaminata attraverso sia argomenti ‘di ragione’ – indipendenti cioè dall’«adesione alla fede cristiana» e da «affermazioni scritturali» – sia «legati più direttamente all’attività pratica di governo» sia infine ad argomenti ‘di esperienza’, collegati al dettato delle Sacre Scritture – che sono anche uno dei modelli del trattato, insieme ai classici latini e cristiani, a opere filosofiche tardoantiche e medievali, a documenti canonistici, a trattati politici papali (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XXII-XXIII, LXVIII-LXXIV).

Dante introduce gli argomenti a sostegno delle sue tesi, corroborati da prove e da dettagliate dissertazioni, utili a confutare e a smontare le posizioni altrui (modalità adottata nei primi due libri, mentre nel terzo questo ordine di ragionamento è invertito; Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XX-XXI). I libri sono inoltre preceduti da un «prologo retorico», con il primo che ha anche una funzione più generale in tal senso; in maniera speculare, la chiusura di ciascuno di essi è affidata a un epilogo, l’ultimo dei quali di ricapitolazione rispetto a tutte le questioni sin lì esposte (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XXII-XXIII).

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Pal. lat. 1729, f. 31r: Monarchia

Il primo interrogativo che Dante propone riguarda la necessità della monarchia: è la «migliore condizione del mondo»? Il secondo coinvolge il popolo romano: riconoscersi nel ruolo di monarca è stato un suo diritto? E infine, probabilmente il quesito più delicato – e che ha avuto ricadute fino a epoche piuttosto recenti (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. LXXXV) –: l’autorità del monarca promana «direttamente da Dio o [… è] mediata da un ministro o vicario di Dio» e quindi dal pontefice? La risposta alle prime due domande è affermativa e per la terza è scelta la prima opzione proposta: la potestas imperiale discende direttamente da Dio (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. XIX).

Per la prima questione, il principium è la pace universale assicurata proprio dalla monarchia, poiché il «fine […] della società umana nel suo complesso» è raggiungere il massimo grado di conoscenza, vale a dire l’intelletto possibile, al quale si arriva solo in condizioni di armonia; lo dimostra il fatto che l’incarnazione di Cristo sia avvenuta proprio durante il regno di Augusto, «momento unanimemente riconosciuto come quello in cui si è realizzata la pace nel mondo» (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XIX-XX). La monarchia si è perciò «storicamente realizzata» con l’Impero Romano, costruito per «manifesta volontà di Dio», poiché ciò che Egli «vuole [… per la] società umana corrisponde al diritto», vale a dire il bene comune; in questa prospettiva, il popolo romano, discendente da Enea, è il più nobile tra tutti i popoli ed è quello che ha attuato appieno la volontà divina, come la sua storia dimostra (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. XX).

Nel terzo libro Dante confuta la teoria secondo la quale Dio creò «due fonti di luce, il sole e la luna», il papato e l’impero, e «poiché il sole dà la luce alla luna» così «l’autorità dell’imperatore dipende da quella del papa». L’autore constata invece, dal suo punto di vista, l’incongruenza di tale posizione che avrebbe «conseguenze assurde»: se infatti la teoria fosse vera «la Chiesa», non ancora esistente, «avrebbe dato autorità» a un Impero invece già in essere e da tempo; essa poi «agirebbe contro la propria natura» perché Cristo non ha previsto che dovesse «prender[si] cura della vita secolare». Le due guide allora non sono l’una sottoposta all’altra, ma devono entrambe concorrere alla felicità dell’uomo sia nel mondo terreno sia in quello ultraterreno; nello specifico, l’imperatore contribuisce a questa condizione con il mantenimento della pace e della libertà (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. XXI).

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Pal. lat. 1729, f. 55v: fine della Monarchia

Seppure la forma ‘trattato’ imponga a Dante, come già detto, l’adozione di una struttura codificata nell’organizzazione del suo ragionamento, egli tuttavia propone alcune deviazioni rispetto alla sua griglia di riferimento. A cominciare da una certa «eleganza stilistica e ricercatezza formale», a lungo invece bistrattate e additate come indizio di scarsa cura, ma che al contrario aderiscono pienamente al genere compositivo, in una scrittura che oscilla inoltre di continuo tra «prosa filosofica e invettiva polemica» (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XXVII, LXXVI-LXXV).

E poi, di nuovo, fa qui la sua comparsa uno spiccato autobiografismo, emergente in modo particolare nei prologhi che, «se letti in continuità, svelano l’atteggiamento e la coscienza» dell’autore rispetto alla propria opera (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XXIII, XXVII). Nella progressiva edificazione della propria immagine pubblica, Dante si propone infatti nella Monarchia come sapiente-filosofo-profeta, colui cioè che ha un’importante responsabilità rispetto alla costruzione di una conoscenza condivisa, che concorra al «benessere» dell’umanità e al progresso della stessa; in questa veste, egli rivelerà un’inedita veritas riguardante appunto la monarchia. Rilevante impresa che, con il sostegno di Dio, gli permetterà di ottenere gloria e che muterà «l’intero assetto politico mondiale, nella coscienza e nelle ragioni, anche se probabilmente non nelle strutture di governo» (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XXIII-XXVI; cfr. anche Nardi, Dal “Convivio” alla “Commedia”, pp. 37-120, 151-313).

La rigorosa struttura formale che egli adotta, derivata anche da Aristotele, è quindi funzionale al disvelamento, senza possibilità di travisamento e di contestazione, di tale veritas. Un atteggiamento indicato come «il contributo più originale di Dante» in questo contesto: egli ha infatti «inteso realizzare un’opera di scienza politica» e lo ha fatto con una acribia per la «terminologia logica utilizzata» e per la «struttura argomentativa […] sillogistica» che contribuiscono alla chiara e precisa «costruzione del discorso» (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. XXX-XXXIII, LXXXIV-LXXXV).

In maniera maggiore rispetto alle altre opere, la cronologia della Monarchia è un nodo critico ancora molto nebuloso, tanto che le proposte in tal senso comprendono un intervallo temporale piuttosto ampio, dagli ultimi anni del Duecento alla morte di Dante stesso. Ugualmente problematica è la sua collocazione rispetto all’intera produzione dell’autore: un punto fermo sembra essere la sua composizione successiva al Convivio, mentre ad esempio i rapporti temporali con la Commedia sono ancora molto controversi, a causa della scarsità di ‘prove’ certe (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, pp. LX-LXIII; sulla questione cfr. anche Inglese, Vita di Dante, pp. 114-115).

Eppure, le ragioni di tali difficoltà, più spiccate che in altri casi, sono forse connaturate al «carattere di un’opera non contingente»: il Dante sapiente-filosofo-profeta pone la propria rivelazione «al di fuori dal tempo», poiché essa appunto deve avere un carattere universale, priva cioè di «legami con circostanze particolari» (Dante Alighieri, Le opere, IV: Monarchia, p. LXIV).


Questio de aqua et terra

A lungo ritenuta apocrifa perché all’apparenza eccentrica rispetto all’intera produzione di Dante, la Questio «si impegna risolutamente a discutere un problema […] di cosmologia comparata», fissando per iscritto ciò che l’Alighieri aveva sostenuto per via verbale e pubblicamente, di fronte a «un ampio» e variegato «pubblico di dotti», in una disputa tenuta tra Mantova e Verona, giunta a chiusura il 20 gennaio del 1320, nel sacello di Sant’Elena, accanto al duomo della città (Rinaldi, Questio de aqua, p. 654; Mazzoni, Questio de aqua, pp. 693, 699, 709; per le questioni relative al titolo, cfr. ibidem, pp. 732-737 e anche Rinaldi, Questio de aqua, pp. 654-655).

Dal 1319 il poeta è infatti alla corte dei da Polenta di Ravenna, luogo che gli permette di intessere rapporti anche con «altri importanti centri culturali della penisola» (Rinaldi, Questio de aqua, p. 653), tra i quali appunto Mantova. Qui egli è probabilmente ospite dei Bonacolsi, alleati di Cangrande della Scala, ed è qui che «la questione» cosmologica è «sollevata, in modo apparentemente estemporaneo». A sigillo dell’opera inoltre Dante cita proprio Cangrande come «‘invitto Signore’», riferimento che è un utile termine ante quem per fissarne la stesura, prima cioè del 26 agosto del 1320, quando questi fu sconfitto nei pressi di Padova (Rinaldi, Questio de aqua, p. 654).

Non sono a oggi noti codici che tramandano la Questio – l’unico è il ms. CCCXIII della Biblioteca capitolare di Verona, che tuttavia deriva da un’editio princeps del 1775 (Rinaldi, Questio de aqua, p. 671) –, conosciuta solo per via dell’edizione a stampa allestita dall’agostiniano Benedetto Moncetti nel XVI secolo. Il singolare argomento, l’assenza di una tradizione manoscritta, il profilo del frate, «persona meritevole di sospetto almeno quanto degna di fede» (Mazzoni, Questio de aqua, p. 694; Rinaldi, Questio de aqua, pp. 671-674), sono tra gli elementi che per molto tempo hanno tenuto la dissertazione ai margini dell’autorialità dantesca.

Ogni dubbio in tal senso è stato invece fugato grazie alla scoperta nella «terza (e inedita) redazione del Commentarium alla Commedia di Pietro Alighieri», primo ‘commentatore’ appunto del sacro poema, «di un esplicito accenno» alla disputa con «una vera e propria citazione indiretta [… dei] capitoli conclusivi (ideologicamente centrali) dell’opera» (Mazzoni, Questio de aqua, p. 694; per i rapporti fra Questio e Commedia, cfr. ibidem, pp. 709-732; per l’attribuzione, ancora Rinaldi, Questio de aqua, pp. 664-667).

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Stamp. Barb. BBB. II. 30 (int.5), f. A1r, Questio de aqua et terra: nota tipografica all'edizione del 1508

Come già sottolineato per le prove letterarie di Dante delle quali si è trattato sopra, anche la Questio ha una struttura formale, articolata in cinque parti, adeguata all’occasione e agli intenti: l’autore segue un rigoroso modello organizzato su «enunciato delle tesi avverse [… e] loro confutazione» e quindi «accertamento [… ed] esposizione del vero» (Mazzoni, Questio de aqua, p. 701).

La sua competenza nella «trattatistica dottrinale» è probabilmente potenziata, in questa circostanza, da una certa dimestichezza con le disputationes de quodlibet, discussioni dottrinali codificate dalla tradizione scolastica nelle quali si affrontava «un problema (o una serie di quesiti)» secondo precise regole di logica e di retorica (Rinaldi, Questio de aqua, pp. 660-662).

Oltre all’impostazione formale, la Questio richiama tale fenomeno anche per altri aspetti: l’eterogeneo pubblico di dotti, ad esempio, come quello che di solito assisteva proprio alle dispute quodlibetali, e la doppia fase di ‘esposizione’, iniziata a Mantova e conclusa a Verona, secondo un preciso avvicendamento temporale all’interno del calendario liturgico, vale a dire tra la seconda o la terza settimana di Avvento e la Pasqua – e Dante scrive di aver chiuso il suo ragionamento pubblico il 20 gennaio del 1320, esattamente tra i due estremi appena indicati (Rinaldi, Questio de aqua, pp. 660-662).

In apertura egli inoltre illustra il contesto nel quale l’opera è nata. Durante un suo soggiorno mantovano, il poeta aveva infatti preso parte «a un dibattito scientifico sul problema cosmologico dei reciproci rapporti delle sfere dell’acqua e della terra» (Mazzoni, Questio de aqua, p. 696). Un tema assai scandagliato sin dall’antichità, con la proposta di volta in volta di soluzioni diverse, e che dal XIII secolo torna particolarmente in auge per una combinazione di fattori: «la inserzione dell’aristotelismo nella cultura occidentale e […] l’enciclopedismo didattico» in voga in quegli anni, «le elaborazioni concettuali […] dei cosmologi e degli astrologi», «le sistemazioni trattatistiche della grande Scolastica» (Mazzoni, Questio de aqua, p. 696).

La disputa pubblica offre a Dante l’occasione di considerare di nuovo la questione e quindi, dopo l’esposizione orale delle sue tesi, di codificarle per via di scrittura, al fine di evitare ogni possibile travisamento delle sue posizioni (Rinaldi, Questio de aqua, p. 654; che gli animi non fossero troppo distesi e che su tutto aleggiasse in un certo notevole grado quella che Dante stesso definisce invidia, lo dimostrerebbe «l’assenza di alcuni invitati», che in tal modo non avevano dovuto «riconoscere l’eccellenza dell’oratore»). Egli appare tanto preoccupato da quest’ultimo aspetto che colloca in chiusura una corroboratio, dispositivo solitamente riservato a «pubblici strumenti», proprio per «proclamare l’autenticità e addirittura l’autografia di quelle pagine» (Mazzoni, Questio de aqua, pp. 698, 700, 709).

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Stamp. Barb. BBB. II. 30 (int.5), f. B1r: Questio de aqua et terra

La cosmologia aristotelica, in particolare nel De coelo et mundo assunto come riferimento nel Medioevo e perciò anche dall’Alighieri, disponeva al centro dell’universo il globo terracqueo: da qui, centro della sfera terrestre e centro tout court dovevano essere coincidenti. Non solo: terra, acqua, aria, fuoco, cioè le quattro sfere degli elementi, dovevano «essere disposte omocentricamente (dal più pesante al più leggero) sotto il cielo della luna». In questa visione complessiva, «il problema» particolare era «legato all’emersione della terra» rispetto alle acque, alla definizione perciò del «reciproco rapporto tra le due sfere, equorea e terrestre» e quindi del «reciproco equilibrio dei solidi e dei liquidi», anche in relazione alla teoria delle maree (Mazzoni, Questio de aqua, p. 708).

In estrema sintesi, erano due le maggiori posizioni che si affrontavano per dipanare la questione: quella che affermava che l’acqua fosse più in alto della terra da un lato e il suo opposto dall’altro, che fosse al contrario la terra, la «quarta abitabile», a sopravanzare il fluido liquido (Mazzoni, Questio de aqua, pp. 701-702; Rinaldi, Questio de aqua, pp. 655-658). Respinto per via di ragionamento il primo scenario, Dante illustra con solide – per allora – basi teoriche le ragioni della veridicità del secondo: «la terra emersa è dovunque più alta […] della superficie del mare» tanto che «la sfera terrestre emerge dalla sfera equorea nell’emisfero boreale con una gibbosità a forma di semilunio». Nel far questo, con una «acuta prova ragionativa nel campo della filosofia naturale», egli presenta la «fondamentale distinzione tra Natura particolare e Natura universale» – sulla suggestione di Roger Bacon e di Pietro d’Abano –: è quest’ultima che «ha fatto emergere per virtù dei cieli […] l’elemento terra», perché «fosse possibile attuare il mirabile disegno della Creazione», la vita (Mazzoni, Questio de aqua, pp. 708-709; Rinaldi, Questio de aqua, pp. 655-658).

Come nelle altre opere, così anche nella Questio è possibile rinvenire alcune linee fondamentali del profilo culturale e letterario del suo autore: il suo ampio patrimonio di letture ‘cosmologiche’ affiora ovunque in filigrana e lascia intravedere tracce, tra gli altri, di Michele Scoto, di Campano da Novara, di Egidio Romano, dei già citati Bacon e d’Abano (Mazzoni, Questio de aqua, p. 709). Ma, come nel resto della sua produzione, questo profondo sostrato di tradizione consente all’Alighieri di costruire una propria originale visione della controversia, tanto che la Questio può essere considerata «un pezzo di bravura […] teso a risolvere […] un discusso problema, senza presumere di scoprire o portare novità». Un risultato possibile anche in ragione di «precise scelte», di «capacità di sintesi e rigore dialettico», di «ben strutturato argomentare» (Mazzoni, Questio de aqua, p. 711).


Per approfondire, qui disponibili le voci dell’Enciclopedia Dantesca di Vita nova, Convivio, De vulgari eloquentia, Monarchia, Questio de aqua et terra.


[a cura di Eva Ponzi]