Il Vat. lat. 3199 è la celebre Divina Commedia ritenuta dono di Giovanni Boccaccio a Francesco Petrarca.
L’altra calunniosa accusa […] è che io […], pur compiacendomi di fare raccolta di libri più diversi, non abbia mai avuto il libro di costui, e mentre con tanto ardore mi diedi a raccogliere libri quasi introvabili, di quello di lui solo, che pure era alla mano di tutti, stranamente non mi sia curato. Che sia così, lo confesso […]
(Francesco Petrarca a Giovanni Boccaccio, Familiaris XXI 15, fine degli anni Cinquanta del Trecento)
Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca, amici dai primi anni Cinquanta del Trecento, sono soliti confrontarsi sull’opera di Dante, morto ormai da almeno tre decenni; essi discutono soprattutto della Commedia, con due visioni così polarizzate da essere perfette per le speculazioni critiche avvicendatesi nei secoli successivi.
L’uno, Boccaccio, muove infatti da una posizione quasi devozionale nei confronti del sommo poeta – «come da inferiore a superiore» (Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 25) –, che pure si sarebbe in parte modificata nel corso della sua vita, senza tuttavia perdere di forza, ma anzi con un accrescimento in consapevolezza e in profondità critica.
L’altro, Petrarca, cuce per sé l’abito del detrattore degli endecasillabi in volgare, di tanto in tanto rammendato da qualche filo che tenta di sfumare l’intonazione aristocratica del suo atteggiamento («[…] l’applauso e il roco clamore dei tintori, dei bettolai, dei lanaioli e di tutta quella genìa la cui lode in realtà è un’offesa, tanto che mi congratulo […] di esserne privo […]»; su tali questioni, cfr. Tonello, II. Appunti sulla tradizione, pp. 4-7, con bibliografia).
Lo scambio tra loro, oltre che di persona, avviene anche per via epistolare.
Stampe V. 8, f. 4r, anonimo da Giorgio Vasari: ritratto di Boccaccio, particolare
Nel 1359, Giovanni e Francesco si incontrano a Milano e, tra le altre cose, si confrontano ancora su Dante. Come talora accade, una volta lontani, il primo deve aver mentalmente ripercorso le proprie considerazioni, con un dubbio: egli è forse stato troppo veemente nelle lodi dantesche e ha forse sminuito, senza volerlo, il valore dell’amico, che ha sulle cose del Fiorentino una opinione a dir poco cauta.
Boccaccio prende perciò inchiostro e calamo e scrive a Petrarca una lettera nella quale giustifica le proprie parole, chiarendo che ammira senza riserve anche la di lui produzione poetica. L’amico, dal canto suo, è turbato da tale excusatio e crede di intuire dietro i pensieri di Giovanni l’eco di un’accusa che circolava da tempo («mi è sembrato che la tua lettera di scuse avesse non so cosa in comune con le accuse di quelle persone», Epistole di Francesco Petrarca, p. 471): egli sarebbe invidioso della poesia di Dante. Allora anche Francesco prende inchiostro e calamo e risponde a Giovanni con un’epistola che è pura maestria retorica, ritenuta dalla critica non priva di ambiguità.
Stampe V. 8, f. 4r, anonimo da Giorgio Vasari: ritratto di Petrarca, particolare
«Ad Iohannem de Certaldo, purgatio ab invidis obiecte calumnie», a giustificazione cioè di una calunnia mossagli da invidiosi: è la Familiaris XXI 15. In essa Dante non è mai citato per nome, ma è «il nostro conterraneo», «lui», «egli»; è il «tanto bene accetto» dal «volgo», colui del quale Petrarca ha «stima per il suo intelletto e per il suo stile, ottimo nel suo genere [corsivo mio]»; e ancora, è «questo poeta», «colui di cui stiamo parlando», «quel poeta di cui […] non voglio scientemente fare il nome, proprio per evitare che il volgo […] non vada poi dicendo che io lo denigro» (Epistole di Francesco Petrarca, pp. 462-477, qui e infra). Egli inoltre afferma di essersi dilettato in gioventù nella poesia in volgare perché «nulla mi sembrava di più elegante né ancora avevo imparato ad aspirare a mete più alte [corsivo mio]» e, in ragione di questo suo diletto, egli abbia deliberatamente evitato un confronto con i testi danteschi per non esserne influenzato e per non rischiare di divenire un «semplice imitatore».
Un dialogo a due nel quale, secoli dopo, si sarebbero introdotte anche le voci dei filologi, dei paleografi, degli storici di ogni qualità: tra le righe della missiva si può intravedere, infatti, una realtà un poco diversa. Petrarca, contrariamente a quanto afferma, ha ben presente la produzione dantesca: ne è debitore per i suoi componimenti – Gianfranco Contini parla di «rammemorazione ritmico timbrica» (Contini, Varianti e altra linguistica, p. 385; da ultima, Tonello, II. Appunti sulla tradizione, pp. 4-5, con bibliografia; cfr. anche Trovato, Dante in Petrarca) – ed è in grado di esprimervi un parere complessivo perché ne ha una fondata conoscenza («Solo questa riserva ho fatto, talora, rispondendo a chi mi interrogava con più sottigliezza: che egli non fu pari a se stesso, dal momento che nella poesia volgare riuscì più alto e più illustre rispetto alla poesia o alla prosa latina»). È stato proprio Boccaccio a imprimere a essa un’accelerazione. Questi invita il suo amico a mutare punto di vista, gli mostra quanto Dante sia già da considerarsi un ‘classico’ e che in quest’ottica vada affrontata la riflessione attorno alla sua poesia (Feo, Petrarca, Francesco).
Per avvalorare le proprie convinzioni, Giovanni invia allora a Francesco un esemplare della Commedia.
Il Vat. lat. 3199 è ritenuto tale esemplare.
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A f. 1v, esso esibisce infatti una postilla attribuita proprio a Petrarca (su tutti, Petrucci, La scrittura, p. 48 nt. 4 e poi Tonello, II. Appunti sulla tradizione, p. 7, con bibliografia; Bertelli, III. I testimoni, pp. 71-72; Bertelli, Codicologia d’autore, p. 36; e infine Pulsoni, Il Dante di Francesco Petrarca, pp. 155-208, da cfr. anche per altre tracce petrarchesche, pp. 181-185) e una serie di interventi di mano di Boccaccio stesso, variamente interpretati.
Vi è chi ne individua in taluni passaggi tutti circoscritti al Purgatorio (ai ff. 33r-50v) e collega queste tracce a una prassi non estranea allo scrittore, quella cioè di «suggella[re] di suo pugno […] manoscritti poi donati a Petrarca» (come il lat. 5150), o «da Petrarca posseduti» (come il lat. 6802, entrambi a Paris, Bibliothèque nationale de France; Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 105); mentre altri mettono in relazione i numerosi signa crucis – «se alla sua mano» sono da «attribuire» – con l’eventualità che Boccaccio «abbia lavorato sul manoscritto vaticano prima di inviarlo a Petrarca» (Cursi, Percezione dell’autografia, p. 172, con Petrocchi, Dal Vaticano lat. 3199, pp. 15-24; Pulsoni, Il Dante di Francesco Petrarca, pp. 162-163).
f. 1v: postilla di Petrarca - f. 38v: annotazione di Boccaccio
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Il momento dell’invio è tradizionalmente collocato tra il 1351 e il 1353 (Bertelli, III. I testimoni, p. 73; Bertelli, Codicologia d’autore, p. 34; Breschi, Scheda nr. 78, pp. 379-380; per una diversa proposta cfr. Pulsoni, Il Dante di Francesco Petrarca, pp. 200-207, condivisa da Cursi, Percezione dell’autografia, p. 172), anche se il codice potrebbe essere stato realizzato in un periodo precedente, «forse già alla metà degli anni Quaranta del secolo» (Cursi, Percezione dell’autografia, p. 172), proposta confortata anche dai modi dell’apparato decorativo/illustrativo che qualifica il codice (cfr. oltre; per la presenza del poema nella biblioteca di Petrarca prima dell’arrivo del Vat. lat. 3199, cfr. Pulsoni, Il Dante di Francesco Petrarca, pp. 187-197).
Opinione invece ormai condivisa dalla critica è che il manoscritto, o un suo «gemello», sia tra quelli che Boccaccio impiega per la propria edizione della Commedia (Cursi, Percezione dell’autografia, p. 172; Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 110). Come non vi è più alcun dubbio sulla mano che ha vergato il testo: è del copista di Vat – dove Vat è appunto il Vat. lat. 3199 –, anonimo scriba fiorentino, molto prolifico e ‘specializzato’ nella trascrizione del poema dantesco (Pomaro, Codicologia dantesca 1, pp. 344-374; Boschi Rotiroti, Codicologia trecentesca, pp. 88-114; Bertelli, III. I testimoni, p. 73; Breschi, Scheda nr. 78, pp. 379-380).
La sua attività è «collocabile probabilmente negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo» – in ogni caso non troppo oltre (Boschi Rotiroti, Codicologia trecentesca, p. 93) – e si deve a lui un gruppo di codici della Commedia tutti ricondotti sia all’area fiorentina sia, genericamente, a quella centro-italiana: il Barb. lat. 3644, il Plut. 40.13 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze o, ancora a Firenze, il ms. 1012 della Biblioteca Riccardiana, l’It. Z. 55 (=4781) della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia; a essi si aggiungono quelli conservati a Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 330 e a Chantilly, Musée Condé, ms. 597, quest’ultimo ritenuto il più antico della serie (cfr. Boschi Rotiroti, Codicologia trecentesca, pp. 88-89; Pasut, Il “Dante” illustrato, p. 130, su bibliografia precedente).
Vat. lat. 3199, f. 2v - Barb. lat. 3644, f. 3r: Divina Commedia, Inf. III, mano del copista di Vat
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I codici esemplati dal copista di Vat – «amanuense di formazione grafica dotta», come testimoniano i suoi prodotti sempre di un «livello formale elevato» (Pasut, Il “Dante” illustrato, p. 120) – hanno il loro dato unificante proprio nella scrittura, coniugata a una mise-en-page su due colonne (tranne che per il Barb. lat. 4079, su tre) e al cambio di fascicolo tra una cantica e l’altra (per questi elementi e su quanto essi siano rilevanti, in generale, per la Commedia di antica vulgata, ossia la prima produzione compresa tra la morte di Dante e la metà del Trecento, cfr. ancora Boschi Rotiroti, Codicologia trecentesca, passim). Il gruppo si mostra infatti eterogeneo nelle dimensioni, nel numero di terzine per colonna, nel rilievo qualitativo e quantitativo assegnato all’apparato decorativo/illustrativo, nell’andamento della fascicolazione (Boschi Rotiroti, Codicologia trecentesca, pp. 90, 93); tutti elementi che invece, in altri casi – come ad esempio nei cosiddetti Danti del Cento –, presto acquisiscono caratteri di omogeneità.
Vat. lat. 3199, f. 27r - Barb. lat. 3644, f. 36r: Divina Commedia, copista di Vat, mise-en-page su due colonne
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f. dv: carme Ytalie iam certus honos
Per la presenza del carme Ytalie iam certus honos a f. dv, il manoscritto è stato a lungo collegato proprio ai contenuti della Familiaris XXI 15: si riteneva infatti che in essa Petrarca, oltre a ringraziare Boccaccio per la composizione poetica e a commentarla in alcuni suoi passaggi, gli esprimesse tra le altre cose gratitudine anche per la ricezione del codice, il Vat. lat. 3199. In realtà, i percorsi della filologia, incoraggiati da evidenze paleografiche, hanno dimostrato che il volume e il carme non hanno viaggiato in contemporanea: esso deve essere giunto a Petrarca forse non prima del 1359, mentre il codice era in suo possesso già dai primi del decennio; la sua lettera fa perciò riferimento al solo Ytalie (Tonello, II. Appunti sulla tradizione, pp. 12-26; Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 96). La riflessione è stata stimolata da una expertise condotta in anni recenti: nel Vat. lat. 3199, il testo poetico boccacciano è stato trascritto probabilmente solo agli inizi del Quattrocento, «in un periodo storico e culturale di rivalutazione dell’antico» (Boschi Rotiroti, Sul carme Ytalie, pp. 131-137; Tonello, II. Appunti sulla tradizione, p. 12; Bertelli, III. I testimoni, pp. 72-74; Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 96).
La mano che verga il carme appartiene infatti a un anonimo «copista di buon livello grafico, che adatta la sua scrittura ad un modello ‘gotico’» (Boschi Rotiroti, Sul carme Ytalie, pp. 131-137); egli si conforma cioè, per imitazione, alla scrittura dello scriba di Vat per fornire un’omogenea veste grafica all’apertura del manoscritto. Un’operazione della quale contesto e contorni rimangono ancora sconosciuti, ma che prende forse le mosse dalla necessità di ‘nobilitare’ il manufatto con la composizione poetica di Boccaccio che, dopo la sua ‘nuova’ edizione della Commedia, iniziava a essere tutt’uno con essa (per tali vicende in maniera molto approfondita, cfr. Tonello, II. Appunti sulla tradizione, pp. 51-54).
f. 80r, ritratti di Dante e Petrarca
La parte più rilevante dell’apparato decorativo del Vat. lat. 3199 è limitata alle pagine di incipit, sebbene ogni canto sia introdotto da iniziali fitomorfe policrome, talora arricchite da elementi zoomorfi o antropomorfi. In chiusura del codice, sul f. 80r è stato incollato un foglio di carta che esibisce un doppio ritratto: Dante e Petrarca a figura intera in monocromo e in acquarello, realizzati probabilmente nel XVI secolo. È possibile che si tratti di studi o di disegni preparatori destinati all’esecuzione di un’opera d’arte monumentale: ai piedi dei due poeti sono stati infatti tracciati i loro nomi, a lapis leggerissima, in scrittura capitale e in una collocazione generalmente riservata a un’iscrizione celebrativa o a un titulus – “Dante Ald/ighieri” e “Francischo / Petrarcha”. La forma semplice – Dante, Petrarca – è ripetuta a inchiostro bruno e in scrittura umanistica corsiva sul margine inferiore, mentre in prossimità delle teste dei due poeti si può leggere l’espressione “le figure”; sono inoltre individuabili alcune cifre che rimandano forse a un calcolo delle proporzioni.
Vat. lat. 3199, f. 80v: ritratti di Dante e Petrarca, particolari
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Ma per tornare alla decorazione originaria del codice, essa si concentra, come già accennato, in apertura di cantica, secondo la tipologia dell’iniziale istoriata coniugata a un fregio marginale nel quale prende posto una cripto-narrazione. Le scelte iconografiche proposte sono le consuete, almeno per le prime due cantiche: a f. 1r, Virgilio trae a sé Dante con una certa veemenza, salvandolo in tal modo dallo sperdimento nella selva oscura; a f. 27r, i due poeti incontrano Catone l’Uticense, ai piedi della montagna del Purgatorio, mentre Virgilio cinge Dante con un giunco.
ff. 1r, 27r, pagine di incipit dell'Inferno e del Purgatorio
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Più elaborata appare invece l’immagine a f. 53r, per il Paradiso, pensata come un vero e proprio ciclo narrativo, seppure concentrato in uno spazio molto limitato; nella lettera prende infatti posto una visione teofanica non priva di alcune peculiarità. Dio-padre emerge da una cornice polilobata, alla quale fa da ‘basamento’ un particolare tipo di Deesis: la composizione mostra solitamente Cristo al centro affiancato dalla Vergine e dal Battista; in questo caso però a Maria è assegnato il posto d’onore, mentre le fanno ala Giovanni a destra e un’altra figura di santo a sinistra, che può essere identificato in Giovanni evangelista o forse in san Bernardo, ultima guida di Dante nel Paradiso – al di là della barba, egli non è infatti qualificato da altro attributo connotativo.
Una rappresentazione sintetica delle schiere celesti riempie il resto del campo, insieme alla foglia d’oro: in blu forse un riferimento alle Virtù e alle Potestà (nei cieli del Sole e di Marte), in rosso ai Serafini (nel Primo Mobile). Al di fuori dello spazio dell’iniziale, Beatrice, quasi una desinenza antropomorfa dei racemi floreali, afferra Dante a figura intera, coronato di lauro e inginocchiato su un caulicolo del fregio.
In esso, nel margine superiore, si aprono tre clipei che ospitano alcuni santi, allusione forse agli incontri di Dante nel Paradiso, e allo stesso modo, lo stemma a bas-de-page è circondato da figure che sembrerebbero richiamare i beati (per gli stemmi, cfr. scheda del manoscritto).
f. 53r, incipit del Paradiso: teofania con peculiare Deesis e Beatrice che afferra Dante
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f. 53r, incipit del Paradiso: santi e beati
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f. 1r, incipit dell'Inferno: drago e putto scarmigliato
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f. 27r, incipit del Purgatorio: combattimento fra creature ibride
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A fronte di tale indeterminatezza, sono stati tuttavia proposti per il manoscritto una datazione tra quarto/quinto decennio del Trecento e un ambito di produzione fiorentino; in particolare, è stato indicato come miniatore del Vat. lat. 3199 un anonimo, quanto «originale» artefice dell’ambito del Maestro delle Effigi Domenicane e di Pacino di Bonaguida (Pasut, Il “Dante” illustrato, pp. 139-146, in part. 142; per i due artisti cfr. Kanter, Maestro delle Effigi, pp. 560-562 e Labriola, Pacino di Bonaguida, pp. 841-843). Punti di contatto piuttosto evidenti si possono infatti individuare nel f. 4v con la Visione di Isaia nell’Antifonario del tempo di Avvento A. 2 conservato nel Museo della Primaziale a Pisa e in un «gruppo di riquadri […] a piena pagina nel Tractatus de virtutibus et vitiis», codice Barb. lat. 3984 (Pasut, Il “Dante” illustrato, p. 139), dove ricorrono analogie con la tavolozza pittorica, con il modo di trattare gli incarnati, con certi tipi fisionomici.
Vat. lat. 3199, f. 53r, incipit del Paradiso: Beatrice - Barb. lat. 3984, f. 52r, la Maddalena ai piedi del Crocifisso
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Dopo la morte di Petrarca, il codice continua probabilmente a gravitare in area padovana (la città lo aveva ospitato a più riprese nell’intero corso della sua vita): ne sono una dimostrazione il lacerto di sonetto dall’intonazione linguistica riferibile a quell’area (Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 98), su un foglio membranaceo quasi completamente rifilato tra i ff. a-b, e la successiva appartenenza a Bernardo Bembo (1433-1519). La sua elegante umanistica corsiva è riconoscibile a f. b («Invidiam qui habet non solet esse dives», Bertelli, III. I testimoni, p. 71) e a f. 80v, dove egli trascrive gli epitaffi per il sepolcro di Dante a Ravenna: lo Iura monarchie, assegnato per tradizione a Bernardo di Canaccio Scannabecchi (Mazzoni, Ancora sugli epitafi danteschi, pp. 25-29; ma sulla questione cfr. Piacentini, Gli epitaffi di Dante, pp. 790-791; Id., In memoria di Dante, pp. 119-138), e l’Exigua tumuli Dantes di Bembo stesso. Nel 1483 egli promuove infatti la ricostruzione della tomba del poeta fiorentino e, per motivare l’operazione, compone il testo poi impiegato come iscrizione per il sacello (Mazzoni, Ancora sugli epitafi danteschi, p. 5).
ff. b, 80v: mano di Bernardo Bembo
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Il Vat. lat. 3199 passa poi nella collezione del figlio Pietro (1470-1547), che se ne serve come «testo-base per la sua edizione della Commedia stampata nel 1502 da Aldo Manuzio» (Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 98).
Tra gli ultimi possessori, si deve infine citare il bibliofilo Fulvio Orsini (1529-1600), che per legato testamentario dona, insieme a molti altri codici, il Dante di Petrarca alla Biblioteca Apostolica Vaticana (cfr. Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana III, passim); da qui esso è stato prelevato dai Francesi durante l’occupazione di Roma nel biennio 1798-1799, per poi tornarvi nel 1815 (Breschi, Il ms. Vaticano latino 3199, p. 98; Breschi, Scheda nr. 78, pp. 379-380; per le vicende della Vaticana negli anni napoleonici cfr. Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana V). Tracce ancora evidenti del passaggio parigino sono i timbri della Bibliothèque nationale de France, ai ff. dv, 1r e 80v, la nota nel margine inferiore di f. b «ricuperato dì 14 8bre 1815 / Dalla Biblioteca parigina. Angeloni, Frusinate» e ancora, a f. cr «una cedolina cartacea in francese con le indicazioni del contenuto del manoscritto» (Bertelli, III. I testimoni, p. 73).
ff. dv, cr: timbro in rosso della Bibliothèque nationale de France di Parigi e cedolina cartacea in francese
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