Il manoscritto Vat. lat. 3793 è compilato in anni nei quali Dante era ancora in vita.
Il ramarro, se scocca
sotto la grande fersa
dalle stoppie –
(Eugenio Montale, Il ramarro, se scocca, 1937)
Il manoscritto, di formato medio-piccolo, è un esemplare particolarmente affascinante ed evocativo: la tradizione lirica italiana si fonda infatti su quanto è riportato tra i suoi fogli, mille componimenti prestilnovistici dei quali si ignorerebbe l’esistenza se tale codice fosse andato perduto (Antonelli, Scheda nr. 131, pp. 200-201, con bibliografia; Id., Italianistica, pp. 196-202, con bibliografia).
f. 1r, incipit della raccolta
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Il Canzoniere Vaticano tramanda poesie di amore e politica suddivise in canzoni, numerate da 1 a 317, e sonetti, invece non numerati – ma compresi nell’intervallo 326-999. Tutt’altro che zibaldone improvvisato, l’avvicendamento dei testi mostra un «criterio storico e valoriale» (benché tale aspetto sia leggermente più sfumato nella sezione dei sonetti): in sequenza compaiono i Siciliani, i poeti emiliani, toscani e fiorentini, con una precisa corrispondenza tra ‘gruppi poetici’ e compilazione dei fascicoli; ognuno di questi è poi sigillato da composizioni, soprattutto anonime, «aggiunt[e …] a colmare gli spazi rimasti bianchi» (Antonelli, Scheda nr. 131, pp. 200-201).
f. 1r, incipit della prima sezione: canzoni - f. 111r, incipit della seconda sezione: sonetti
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Il volume è approntato a Firenze, tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento (Antonelli, Scheda nr. 131, p. 200; cfr. anche Miglio, Criteri di datazione, p. 154; Grimaldi, Rime, p. 315); articolata impresa realizzata in tempi non brevi e a più riprese, «di fattura complessivamente rozza» e «non adatto a una fruizione ‘qualificata’» (Palma, Osservazioni sull’aspetto, p. 54), esso è allestito da un «mercante-banchiere, dell’ambiente delle Arti maggiori», l’identità del quale si cela probabilmente nella prima mano, non professionista ma comunque educata, individuata dai paleografi che si sono dedicati al codice.
Il primo scriptor ha «subito l’influenza esemplare della complessa cultura libraria viva e presente nella sua città» (Petrucci, Le mani e le scritture, pp. 29-30) e deve aver coordinato e guidato gli altri 14 copisti al lavoro nei fascicoli del Vat. lat. 3793. Il loro modo di scrivere, che procede con esiti diversi, è una sorta di fermo immagine della cultura grafica di allora e degli ambiti sociali nei quali essa è praticata: scribi non professionisti, vi è chi mostra una educazione non «esclusivamente mercantile», chi è prossimo a una cultura notarile (Petrucci, Le mani e le scritture, pp. 31-33), tutti però uguale espressione del nuovo ceto cittadino che anima la città, spesso anche con forti contrasti.
In ragione di ciò, al volume è sottesa un’intenzione: tra i suoi fogli si intravede infatti «quella civiltà mercantile che nell’atto di affermare la propria egemonia» deve «dotarsi di una propria tradizione» e la trova nella «nuova cultura poetica in volgare» (Antonelli, Scheda nr. 131, p. 201).
Nei secoli successivi al suo allestimento, il codice deve essere rimasto nella medesima area di fruizione e di produzione che lo ha originato, come dimostrano diverse tracce lasciate su di esso (Antonelli, Scheda nr. 131, p. 201). A f. 9r una nota di possesso tre-quattrocentesca, unica in tutto il manoscritto, quasi completamente depennata e poi erasa in un secondo momento, afferma che: «questo libro è di Nuccio di Benichasa alberghatore» (Petrucci, Le mani e le scritture, p. 37); sul medesimo foglio compare anche una maledizione in latino, rivolta a chi volesse sottrarre indebitamente il codice: «Qui me furatur vel redat vel moriatur / At talem mortem quod suspemdatur a furchas» (Petrucci, Le mani e le scritture, p. 34 nt. 55); la lampada di Wood ha inoltre permesso di individuare, tra i molti «griffonnages infantili visibili in più punti» (ff. 84v, 85r, 129r, 151r), anche due disegni osceni (ff. 96v-97r). Un breve elenco che mostra le impronte «di un’area socioculturale di conservazione e di uso ‘popolare’ e domestica, da casa e da bottega e non da studio» (Petrucci, Le mani e le scritture, p. 37).
f. 9r, nota di possesso e maledizione in latino
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Una variegata galleria che è anche mirabile esempio del mutamento di prospettiva agito dal tempo: ciò che per noi, lettori moderni, è un oggetto di valore inestimabile, quasi sacro, per i suoi contemporanei era un oggetto sul quale era possibile fissare estemporanei appunti di quotidianità.
Tra le varie tracce di ‘alto livello’ reperibili sul manoscritto, vi sono invece quelle lasciate da Angelo Colocci (1474-1549), «che lo postillò e lo annotò» e ne fece allestire una copia, il Vat. lat. 4823 (Antonelli, Scheda nr. 131, p. 201; per il ms. cfr. Cannata, Scheda nr. 132, pp. 201-202, con bibliografia; su Colocci, Angelo Colocci e gli studi; di chi scrive, cfr. anche Vat. lat. 3715 in Classici Latini. Evoluzione e trasmissione di opere classiche, a cura di M. Buonocore); in tal modo il Canzoniere Vaticano «fu consegnato per sempre al mondo della filologia e degli studi letterari che ancora non hanno terminato di interrogarlo» (Petrucci, Le mani e le scritture, p. 37).
Nonostante il manoscritto sia stato approntato «dopo la grande lirica di Cavalcanti e Dante», in esso non compare alcuna delle loro poesie, ad eccezione della canzone dantesca Donne ch’avete intelletto d’amore, che è stata tuttavia trascritta dalla seconda mano.
Tra i fogli del Vat. lat. 3793, raccolta organica e ragionata, si delinea perciò «il percorso che porta Dante» alla riflessione sistematica e teorica sulla poesia in volgare italiana, poi esposta nel De vulgari eloquentia.