Il manoscritto Urb. lat. 378 è uno dei cosiddetti Danti del Cento.
Una folla fluiva sul London Bridge, tanti, / Ch'io non avrei creduto che morte tanti n'avesse disfatti.
(Thomas Stearns Eliot, La terra desolata, 1922)
Il manoscritto, di medio formato, tramanda il testo della Commedia, con l’aggiunta in chiusura del Capitolo sulla Commedia di Bosone da Gubbio e della Divisione di Iacopo Alighieri (ff. 91r-93r; Bosone da Gubbio, pp. 121-132; Jacopo Alighieri, pp. 316-327).
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L’Urbinate, confezionato probabilmente negli anni Quaranta del XIV secolo (Pasut, Florentine Illuminations, p. 169 nt. 31; Boschi Rotiroti, Urb. lat. 378, pp. 515-515), è un testimone dell’ampia circolazione manoscritta del poema in area fiorentina. Esso è infatti uno degli esemplari cosiddetti del Cento, un gruppo di codici che reca la Commedia e che è omogeneo nel formato, nel numero di terzine per colonna, nel rilievo qualitativo e quantitativo assegnato all’apparato decorativo/illustrativo, nell’andamento della fascicolazione. Il nome deriva da un aneddoto per il quale: «[…] si conta d’uno che con cento Danti ch’egli scrisse maritò non so quante sue figliuole […]» (Boschi Rotiroti, Codicologia trecentesca, pp. 77-82; Bertelli, Tipologie librarie della Commedia, pp. 45-57); episodio difficile da verificare, ma che cela in ogni caso un elemento di verosimiglianza: l’importante mercato che coinvolgeva l’opera di Dante e di qui la necessità di una produzione rapida, ma non sciatta.
La trascrizione del testo si deve al «Copista di Parm» (dalla Commedia Parm. 3285 della Biblioteca Palatina di Parma, appunto), anonimo scriptor molto attivo, osservabile, tra gli altri, anche nel Plut. 40. 35 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e nelll’it. 539 della Bibliothèque nationale de France di Parigi (cfr. tra gli altri Azzetta, Tra gli amici e cultori, pp. 61-71 dove si propone un’ampia bibliografia sull’argomento, e poi Pomaro, Frammenti di un discorso; Ead., Forme editoriali, pp. 283-319; Ead., Ricerche d’archivio per il «copista di Parm», pp. 243-279; Bertelli, Tipologie librarie della Commedia, pp. 45-57, con bibliografia; da ultima Ceccherini, Uno “scriptorium” diffuso, pp. 203-207, con bibliografia).
Il codice esibisce un apparato decorativo limitato agli incipit delle tre cantiche (ff. 1r, 31r, 61r), introdotti da una iniziale miniata e da un fregio fito-zoomorfo policromo con inserti in foglia d’oro; gli altri passaggi testuali salienti sono enfatizzati da iniziali filigranate in blu e in rosso con filigrana del colore opposto (particolarmente raffinata, forse di altra mano, quella che qualifica il f. 31v), mentre i capoversi sono sovramodulati e toccati di giallo. L’Urb. lat. 378 mostra quindi una tipologia decorativa di ‘base’ nella quale si adottano iconografie standard per le aperture delle cantiche: l’incontro fra Virgilio e Dante all’inizio dell’Inferno, i due poeti nella navicella dell’ingegno per il Purgatorio, Beatrice che ammaestra Dante per il Paradiso.
Le accurate ma non ampie scelte esornative, testimonianza del linguaggio della fiorente officina fiorentina di Pacino di Bonaguida (cfr. Pasut, Florentine Illuminations, pp. 155-169: 169 nt. 31; e anche Ead., Codici miniati della Commedia, pp. 379-409, Ead., I miniatori fiorentini e la Commedia, pp. 29-44; da ultime Ead., L’invenzione di un canone, pp. 129-133 e Chiodo, I racconti per immagini, pp. 155-158, entrambi con bibliografia; in generale sul miniatore, Labriola, Pacino di Bonaguida, pp. 841-843), sono ancora una volta da ricondurre a una produzione eseguita quasi in serie al fine di accontentare un rilevante numero di acquirenti; lo stemma abraso nel margine inferiore di f. 1r, che un tempo segnalava la proprietà del manoscritto, sta proprio a dimostrare la vivacità di tale mercato (per questi aspetti cfr. anche Ponchia, Frammenti dell’Aldilà, pp. 26-31).
1r, incipit dell'Inferno: incontro fra Virgilio e Dante - f. 31r, incipit del Purgatorio: i due poeti nella navicella dell’ingegno
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f. 61r, incipit del Paradiso: Beatrice ammaestra Dante - f. 1r, incipit dell'Inferno: stemma abraso
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In un momento difficile da individuare, il manoscritto passò poi nella collezione libraria di Federico da Montefeltro (1444-1482); secondo Cosimo Stornajolo (Codices Urbinates Graeci, pp. CLII, CXXVI, nr. 548), esso è registrato nel cosiddetto Indice vecchio (Urb. lat. 1761), inventario della raccolta compilato dal bibliotecario Agapito intorno al 1487, a pochi anni perciò dalla morte del duca: «Dantis Aligerii Florentini Comoediae Carmine Thusco tres. In Rubro»; la medesima voce (nr. 548) è tuttavia assegnata da Stornajolo anche all’Urb. lat. 367.