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Viaggiare con Dante

BOCCACCIO LETTORE ED EDITORE DI DANTE



E sul monte occiduo, Il Fiorentino, / Nel suo speglio rimira l’inferno, / e lo Sordels / Nel suo scudo; / E Agostino, a scrutar l’invisibile.

(Ezra Pound, Canto XVI, 1925)


non fer mai drappi Tartari né Turchi. Al verso diciassettesimo di Inf. XVII – nel quale Dante e Virgilio scendono nelle Malebolge in groppa a Gerione – si interrompono, per un gioco forse del caso, le Esposizioni sopra la Commedia di Dante: Giovanni Boccaccio (1313-1375) le elabora in base agli «appunti preparati per la lettura pubblica del poema […] nella chiesa di Santo Stefano in Badia» di fronte al palazzo del Bargello a Firenze; un’impresa questa che il Comune gli affida fra l’ottobre del 1373 e il gennaio del 1374 (Breschi, Boccaccio editore, p. 247; Cursi, Percezione dell’autografia, pp. 171-172; Mecca, Giovanni Boccaccio editore, pp. 163-164). Sono gli albori di una tradizione, la lectura Dantis, che perdura ormai da sette secoli (cfr. Censimento dei commenti danteschi, 3).

Biografo, commentatore, interprete, copista, illustratore, ‘editore’ di Dante: oltre a dedicarsi alla propria produzione letteraria, Boccaccio, sin dalla giovinezza e per tutta la sua vita, si adopera in una «indefessa, molteplice [dantesca] operosità» (Bertelli, Codicologia d’autore, p. 34; cfr. anche Berté, La biografia di Dante, pp. 287-291).

Egli si accosta in particolare alla Commedia, con una cura e una dedizione (alcuni studiosi parlano di venerazione, cfr. Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 25) che lo hanno talora condotto a travisamenti, imprecisioni, sovra-interpretazioni: egli infatti non copia «meccanicamente» il testo, ma «si comporta […] come un vero e proprio editore, pronto a contaminare con lezioni attestate in diversi rami della tradizione» manoscritta e «a introdurre correzioni congetturali» (Cursi, La scrittura e i libri, p. 84); ma ciò non toglie, ed è convinzione condivisa, che la sua attitudine da esegeta abbia posto le basi per gli studi danteschi a venire.

Le indagini filologiche hanno inoltre dimostrato che in questo suo lavoro egli ha potuto disporre non solo della Commedia – nella recensione che deriva dal Vat. lat. 3199, detto Vat, «o più probabilmente da un suo gemello» (Bertelli, Codicologia d’autore, p. 38; sulla questione cfr. Cursi, La scrittura e i libri, p. 98, con bibliografia) –, ma anche di «altri testi, rari o rarissimi», come alcune epistole indirizzate a Cino da Pistoia o a Moroello Malaspina (Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 25 e anche De Robertis, Boccaccio copista , p. 329); e, ancor più rilevante, del De vulgari eloquentia, «inaccessibile ai più per quasi due secoli», fino cioè alla (ri)scoperta del testo da parte di Gian Giorgio Trissino, nel ms. 1088 della Biblioteca Trivulziana di Milano (Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 25; per la questione delle fonti di Boccaccio, cfr. anche Zamponi - Petoletti, Nell’officina di Boccaccio, pp. 300-312, Berté - Fiorilla, Il Trattatello, pp. 41-72; Montuori, De la volgare eloquenzia di Dante, pp. 441-596).

Vat. lat. 3199, f. 1r: Divina Commedia - Reg. lat. 1370, f. 17r: De vulgari eloquentia

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La messe autografa di «correzioni […], segni di attenzione […]», disegni che commentano i testi o che segnalano al lettore passaggi rilevanti (Cursi - Fiorilla, Giovanni Boccaccio, p. 44 e Fiorilla, Appendice. Marginalia figurati, pp. 68-70) diviene un articolato paratesto che mostra in filigrana i percorsi esegetici di Boccaccio, ma anche «la genesi delle sue opere e il suo rapporto con i grandi auctores del passato» (Cursi - Fiorilla, Giovanni Boccaccio, p. 44; per tutte queste tematiche, cfr. anche Cursi, La scrittura e i libri, l’intero volume, con bibliografia).

L’attività ‘dantesca’ di Boccaccio prende avvio «quando […] la sua esperienza di progettazione e messa in pagina di libri manoscritti [è] già ampia e consolidata», e si sostanzia nel suo opus magnum anch’esso autografo, raccolto soprattutto in tre codici (Cursi, La scrittura e i libri, pp. 97-106): lo Zelada 104.6 della Biblioteca Capitular di Toledo, databile al 1351-1353, il ms. 1035 della Biblioteca Riccardiana di Firenze (con la sola Commedia), i due esemplari – un tempo un’unica unità codicologia, un volume unico – Chig. L. V. 176 e Chig. L. VI. 213, all’incirca degli anni Sessanta (cfr. Cursi - Fiorilla, Giovanni Boccaccio, pp. 43-44).

I manoscritti sono tutti legati da un rapporto di interdipendenza (Breschi, Boccaccio editore, p. 247) e mostrano come, nel corso di un decennio, la riflessione del Certaldese si faccia via via più raffinata e raggiunga esiti che guidano le sue meditazioni verso più vasti approdi (cfr. Cursi, Cronologia e stratigrafia, pp. 81-130, anche per il dibattito sull’avvicendamento cronologico di tutti questi libri, per il quale cfr. inoltre Mecca, Giovanni Boccaccio editore, pp. 163-185; e ancora Berté - Fiorilla, Il Trattatello, p. 41; sulla questione dei molti autografi e della biblioteca di Boccaccio, cfr. Cursi - Fiorilla, Giovanni Boccaccio, pp. 41-62, con bibliografia; per la varietà delle tipologie grafiche impiegate dallo scrittore cfr. anche de la Mare, The Handwriting, pp. 23-24 e ancora Cursi, La scrittura e i libri, pp. 16-82).

Chig. L. V. 176, f. 79r: attuale ultimo foglio del codice - Chig. L. VI. 213, f. IVr: attuale primo foglio del codice

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Se infatti la prima silloge, quella toledana, presenta solo opere dantesche (il Trattatello in laude di Dante, la Commedia, la Vita nova e le quindici canzoni distese), i codici chigiani – oltre a quelle appena elencate e a una seconda redazione del Trattatello (Berté - Fiorilla, Il Trattatello, p. 41) – recano la canzone Donna me prega di Guido Cavalcanti con il commento di Dino del Garbo, il carme Ytalie iam certus honos di Boccaccio stesso e indirizzato al suo amico Francesco Petrarca (1304-1374) e, di questi, i Rerum vulgarium fragmenta (Canzoniere), in una recensione filologicamente così significativa da essere indicata come ‘forma Chigiana’ proprio dal codice che la contiene (Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 26; Cursi - Fiorilla, Giovanni Boccaccio, p. 44; Bettarini Bruni, Il Petrarca chigiano, pp. 261-265; Salvatore, Sondaggi sulla tradizione, pp. 47-105, con bibliografia; per nuove considerazioni sulla selezione dei testi, cfr. Berté, La biografia di Dante, pp. 287-291).

Dante, Cavalcanti, Petrarca, Boccaccio stesso: le differenze fra l’esemplare di Toledo e il Chigiano (intendendo d’ora in avanti con questa etichetta entrambi i manoscritti vaticani, idealmente riuniti) sono perciò sostanziali e rendono manifesto il «progetto culturale» del Certaldese «che ha i suoi cardini nella grande tradizione poetica fiorentina» (Berté - Fiorilla, Il Trattatello, p. 66). Il Chigiano è infatti l’atto «costitutivo del canone delle “tre corone”», nel quale Boccaccio è il «terzo tra cotanto senno» (nell’espressione di Domenico De Robertis in Il codice Chigiano L. V. 176, p. 7). In una coerente architettura filologica e di senso, tra i fogli del codice – allestiti con cura, copiati con eleganza, mentre la definizione dell’autografia dell’apparato di iniziali filigranate è un affare ancora spinoso (De Robertis, Boccaccio copista, p. 335) – egli racchiude buona parte di quella che oggi si definisce la letteratura italiana delle origini (su Boccaccio disegnatore cfr. Pasut, Boccaccio disegnatore, pp. 51-59 e anche Fiorilla, Appendice. Marginalia figurati, pp. 68-70, entrambi con bibliografia).

L’incremento dei testi da un manoscritto all’altro nella direzione definita da Boccaccio rivela inoltre la sua ‘crescita’ come lettore: Dante non è più il suo unico «maestro putativo» (Bertelli, Codicologia d’autore, p. 2), ideale interlocutore in un dialogo condotto per via testuale. Nella ‘conversazione’ si inserisce ora Petrarca, suo amico vivente e con il quale lo scambio è perciò possibile per via diretta: «il nuovo maestro […] si affianca all’antico, e pur non offuscandone lo splendore lo sottopone però a una problematica radiografia» (Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 27).

Boccaccio non compila un semplice zibaldone di testi che tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Trecento hanno già ampia diffusione; la sua è una vera e propria azione critica che coinvolge, come si è visto, la scelta delle opere e la loro presentazione ‘editoriale’, e in essa forma e sostanza divengono inscindibili.

Le sillogi dantesche/boccacciane sono tutti poderosi esemplari, non tanto nel formato, medio, quanto nel numero di fogli: il Chigiano ne reca complessivamente quasi 280, il Toledano non si discosta di molto da tale cifra – il che, tra l’altro, comporta un esteso approvvigionamento di materiale, fra pergamena, penne e inchiostri. Il libro incarna allora in sé, nel suo essere un oggetto materico, il senso dell’operazione che egli va proponendo. Boccaccio decide di copiare la Commedia in una scrittura semigotica e su un’unica colonna (e non in una minuscola cancelleresca disposta su due colonne, come nella mise-en-page più diffusa sino a quel momento): in tal modo, ‘disegna’ le pagine membranacee attraverso il «forte contrasto fra ‘bianco e nero’, fra il vuoto dei margini e la scrittura»; un allestimento forse presago della trascrizione di un ingente apparato di glosse a margine (Bertelli, Codicologia d’autore, pp. 43-47), ma anche significativo richiamo a precisi modelli.

Chig. L. VI. 213, p. 1, incipit della Divina Commedia - Urb. lat. 378, f. 1r, incipit della Divina Commedia: differenti mise-en-page.

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Chig. L. VI. 213, p. 2 - Urb. lat. 378, f. 1r: scritture a confronto

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Nel «[mettere] in atto una così forte rottura nei confronti della tradizione» (Cursi, Percezione dell’autografia, p. 174), egli potrebbe aver infatti tratto suggestioni da una duplice via.

La prima: tra il 1345 e il 1347 e poi ancora nel 1350, i suoi viaggi in Romagna, territorio nel quale la Commedia circolava con una certa ampiezza, potrebbero aver favorito il contatto con esemplari danteschi di ‘forma diversa’ rispetto alla ‘norma’. E in effetti, l’Urb. lat. 366, manufatto emiliano-romagnolo datato al 1352, mostra «caratteristiche di dimensioni, scrittura e impaginazione molto simili a quelle delle Commedie boccacciane» (Cursi, Percezione dell’autografia, pp. 176-177; cfr. anche Petrocchi, Dal Vaticano lat. 3199, pp. 15-24).

Chig. L. VI. 213, p. 1: incipit della Divina Commedia - Urb. lat. 366, f. 1r: incipit della Divina Commedia

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La seconda: un peculiare modello librario osservato nei testi classici (Cursi, La scrittura e i libri, pp. 97-116; Id., Percezione dell’autografia, pp. 179-177). La critica include nella notevole biblioteca personale dello scrittore due esemplari di Tebaide di Stazio, il Barb. lat. 74, manoscritto francese della metà del XII secolo, e il Plut. 38.6 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, risalente all’XI secolo, con commento di Lattanzio Placido e «con un fitto apparato di chiose di varie mani» trecentesche e quattrocentesche (Cursi, Percezione dell’autografia, pp. 179-180; per questo tema cfr. anche Petoletti, Boccaccio e i classici, pp. 41-49, con bibliografia e Cursi - Fiorilla, Giovanni Boccaccio, pp. 41-62; da ultimo Petoletti, Circolazione di libri, pp. 249-253). L’uno e l’altro di dimensioni ridotte (rispettivamente di mm 240x120 e mm 235x165), a una colonna di scrittura e «spazi piuttosto ampi per le glosse»: le medesime caratteristiche riscontrate nei Danti boccacciani (Cursi, Percezione dell’autografia, pp. 180-181, e il prosieguo del contributo per altre intriganti riflessioni sulla forma-libro dei classici in epoca tardo-medievale).

Barb. lat. 74, f. 1r - Chig. L. VI. 213, p. 1: modelli a confronto

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Suggestioni distillate e trasferite nei fogli di Toledano, Riccardiano, Chigiano, nei quali il prototipo classico si riflette anche nella presenza dell’accessus ad auctorem (Fumagalli, Boccaccio e Dante, p. 26), con la Commedia introdotta da un’epitome, un compendio, il Brieve raccoglimento e, nella medesima logica ‘prefatoria’, con le quindici canzoni distese precedute da una biografia di Dante (Breschi, Boccaccio editore, p. 247).

Boccaccio propone perciò una saldatura tra le opere poetiche, specialmente epiche, e la «nuova classicità volgare», innalzata così «al livello di quella latina» (Cursi, Percezione dell’autografia, p. 183).


Dante, Cavalcanti, Petrarca, Boccaccio, i classici, le forme, la scrittura, i modelli. L’attività del Certaldese non fa che rendere manifesta in sommo grado l’intrinseca fascinazione del libro, magico contenitore di parole e di vicende umane, di dialoghi ravvicinati e a distanza, possibili e impossibili, di conservazione e di innovazione.


Per altri manoscritti autografi di Giovanni Boccaccio: Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana: Plut. 29.8; Plut. 33.31; Plut. 38.17; Plut. 52.9; Plut. 54.32; Plut. 66.1 (della prima metà dell'XI secolo, con note e disegni dello scrittore). Milano, Biblioteca Ambrosiana: A 204 inf.


Non si può parlare di Giovanni Boccaccio senza richiamare i fondamentali studi di Vittore Branca (1913-2004): qui alcune notizie biografiche e qui la sua sterminata bibliografia.


[a cura di Eva Ponzi]