100r: Reg.lat.1896.pt.A — Per le citazioni della Divina
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- Reg.lat.1896.pt.A
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Per le citazioni della Divina Commedia nelle annotazioni si è fatto riferimento a DANTE ALIGHIERI, La Commedia secondo l'antica vulgata, 2: Inferno, a cura di G. PETROCCHI, Milano 1966 (Le opere di Dante Alighieri, edizione nazionale a cura della Società dantesca italiana, 7) e a DANTE ALIGHIERI, Commedia. Opera completa, a cura di G. INGLESE, Roma 2020. Per la decodifica delle immagini ci si è serviti di DREYER, La struttura dei regni, pp. 44-46.
Per un approccio 'monografico' all'immagine, cfr. MADDALO, Botticelli nella città, pp. 83-93.
- Section:
- 97r-103v Dante Alighieri, Divina Commedia (Inferno) illustrata da Sandro Botticelli. and 100r-v Inferno, sul recto: illustrazione di Inf. X; sul verso: testo di Inf. IX.
Other annotations on this folio
Inf. IX-XI, sesto cerchio: epicurei ed eresiarchi.
Grazie all’intervento di un messo divino, Virgilio e Dante sono entrati nella città di Dite; qui si trovano di fronte a una distesa di tombe tutte uguali, infuocate e scoperchiate, dentro le quali sono costretti al supplizio del fuoco gli eretici e i loro seguaci: E io: “Maestro, quai son quelle genti / che, seppellite dentro da quell'arche, / si fan sentir coi sospiri dolenti?”. / E quelli a me: “Qui son li eresïarche / con lor seguaci, d'ogne setta, e molto / più che non credi son le tombe carche (Inf. IX, vv. 124-129).
Inf. IX-XI, sesto cerchio: epicurei ed eresiarchi.
Virgilio riprende quindi a camminare sul lato interno delle mura, procedendo verso destra – movimento reso con precisione da Sandro Botticelli –, e contemporaneamente spiega al suo protetto che lì scontano il supplizio divino gli epicurei, coloro cioè che hanno proclamato la mortalità dell’anima: Suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro tutti suoi seguaci, / che l'anima col corpo morta fanno (Inf. X, vv. 13-15).
Inf. IX-XI, sesto cerchio: epicurei ed eresiarchi.
Qui Dante ha un colloquio con Farinata degli Uberti che lo riconosce dal suo accento toscano: La tua loquela ti fa manifesto / di quella nobil patrïa natio, / a la qual forse fui troppo molesto (Inf. X, vv. 25-27). I due discutono delle vicende politiche di Firenze e delle lotte fra Guelfi e Ghibellini, dei quali Farinata era un esponente in vista, ma nel pieno del vivace scambio un’altra ombra fuoriesce appena dalla medesima arca: Allor surse a la vista scoperchiata / un'ombra, lungo questa, infino al mento: / credo che s'era in ginocchie levata (Inf. X, 52-54). È Cavalcante de' Cavalcanti, padre di Guido: l’uomo chiede per quale motivo il figlio non sia con il suo amico Dante ad accompagnarlo in quel viaggio: piangendo disse: “Se per questo cieco / carcere vai per altezza d'ingegno, / mio figlio ov'è? e perché non è teco?” (Inf. X, vv. 58-60); temendone poi la morte, rientra nella tomba prima che Dante possa aver risposto.
Quindi Farinata riprende la parola e completa le sue considerazioni sulle vicende politiche toscane, prefigurando a Dante l’esilio.
Inf. IX-XI, sesto cerchio: epicurei ed eresiarchi.
Con le mani al naso per gli insopportabili miasmi esalati dal sottostante settimo cerchio, ma che arrivano a permeare anche l’aria del sesto, Virgilio e Dante si arrestano di fronte a una tomba, nel tentativo di proteggersi da quell’odore penetrante. È l’arca di papa Anastasio II (496-498, si credeva fosse stato indotto all’eresia dalla dottrina monofisita); la sua identità è segnalata dall’epigrafe sulla lastra tombale: ANAS/TASIO / PAPA / GUAR/DO.