101r: Reg.lat.1896.pt.A — Inf. XVI-XVII, settimo cerchio,
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- Reg.lat.1896.pt.A
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Inf. XVI-XVII, settimo cerchio, terzo girone.
I due poeti giungono nei pressi dell'alto burrato nel quale si getta il Flegetonte e qui si fa loro incontro Gerione che li porta sulla sua groppa nella parte più profonda dell’Inferno: Ecco la fiera con la coda aguzza, / che passa i monti e rompe i muri e l'armi! / Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!”. / […] La faccia sua era faccia d'uom giusto, / tanto benigna avea di fuor la pelle, / e d'un serpente tutto l'altro fusto; / due branche avea pilose insin l'ascelle; / lo dosso e 'l petto e ambedue le coste / dipinti avea di nodi e di rotelle. / […] così la fiera pessima si stava / su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra (Inf. XVII, vv. 1-3, 10-15, 23-24).
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- 97r-103v Dante Alighieri, Divina Commedia (Inferno) illustrata da Sandro Botticelli. and 101r-v Inferno, sul recto: illustrazione del Cratere dell'Inferno; sul verso: illustrazione di Inf. I.
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Per le citazioni della Divina Commedia nelle annotazioni si è fatto riferimento a DANTE ALIGHIERI, La Commedia secondo l'antica vulgata, 2: Inferno, a cura di G. PETROCCHI, Milano 1966 (Le opere di Dante Alighieri, edizione nazionale a cura della Società dantesca italiana, 7) e a DANTE ALIGHIERI, Commedia. Opera completa, a cura di G. INGLESE, Roma 2020. Per la decodifica delle immagini ci si è serviti di DREYER, La struttura dei regni, pp. 44-46.
Cratere dell’Inferno.
L’Inferno di Dante, in asse con la tomba di Cristo, è a forma di cono rovesciato, conduce al centro della terra ed è introdotto dall’Acheronte, il primo fiume infernale. La topografia del luogo è molto minuziosa ed è organizzata in nove cerchi – il primo è il Limbo – che procedono dal più ampio al più stretto in rapporto alla gravità dei peccati in essi puniti; in questa articolazione, la città di Dite fa da spartiacque tra una parte superiore, esterna alle sue mura, e una inferiore, all’interno di esse. Il punto più profondo della struttura coincide con il lago ghiacciato del Cocito dove è imprigionato, tra gli altri, Lucifero, l’angelo che si ribellò a Dio.
Sandro Botticelli illustra qui tutte le vicende narrate nella prima cantica e, nonostante la necessità di sintesi visiva, lo fa in maniera tanto accurata che è possibile seguire sul foglio dipinto – l’unico completo del codice – l’intero racconto di Dante, poi più diffusamente sviluppato nel resto del manoscritto.
Inf. III, porta dell’Inferno e vestibolo.
Dante e Virgilio – vestiti sempre e rispettivamente di verde e rosso e di blu e viola – sono davanti alla porta dell’Inferno (Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente, Inf. III, vv. 1-3), entrano e si trovano di fronte a un gruppo di dannati che corre in circolo; essi sono tormentati dagli insetti, gridano e inseguono un’insegna tenuta da un diavolo (E io, che riguardai, vidi una 'nsegna / […] e dietro le venìa sì lunga tratta / di gente, ch'i' non averei creduto / che morte tanta n'avesse disfatta, Inf. III, v. 52 e vv. 55-57): sono gli ignavi, coloro che per indifferenza non scelsero né il bene né il male (Questo misero modo / tegnon l'anime triste di coloro / che visser sanza 'nfamia e sanza lodo, Inf. III, vv. 34-36). Insieme a loro vi sono i cattivi angeli che non furono fedeli a Dio perché rimasero neutrali nella lotta contro Lucifero (Mischiate sono a quel cattivo coro / de li angeli che non furon ribelli / né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro, Inf. III, vv. 37-39).
Un ulteriore gruppo di dannati è nei pressi della sponda dell’Acheronte alla quale anche Dante e Virgilio si avvicinano: qui incontrano Caronte, il nocchiero infernale.
Inf. IV, primo cerchio: i pagani virtuosi nel Limbo.
Ruppemi l'alto sonno ne la testa / un greve truono, sì ch'io mi riscossi / come persona ch'è per forza desta (Inf. IV, vv. 1-3): Dante si risveglia sull’orlo della discesa che porta al primo cerchio. Egli è nel Limbo, il luogo dove, insieme ai bambini non battezzati, si trovano tutti i non cristiani che hanno avuto virtù e meriti (poeti, filosofi, scienziati ecc.); essi sono liberi da qualsiasi pena, ma sono animati dall’impossibile desiderio di vedere Dio. In prossimità di un fuoco che riscalda quell’oscurità, Dante scorge Omero, Orazio, Ovidio e Lucano: solitamente insieme a loro vi è anche Virgilio, che però ora deve guidare il Fiorentino nei primi due regni dell’Aldilà; questi quindi si aggrega al corteo di ingegno poetico: e più d'onore ancora assai mi fenno, / ch'e' sì mi fecer de la loro schiera, / sì ch'io fui sesto tra cotanto senno (Inf. IV, vv. 100-102). Il corteo si avvia verso un castello protetto da un fiume e da sette cerchie murarie nelle quali si aprono sette porte, verso un percorso che conduce a un prato verde: qui Dante incontra genti […] / di grande autorità ne' lor sembianti, vale a dire li spiriti magni (Inf. IV, vv. 112-113 e v. 119) di Enea e di Ettore, di Cesare e di Elettra, di Aristotele, Socrate, Platone e di molti altri.
Inf. V, secondo cerchio: Minosse.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: / essamina le colpe ne l'intrata; / giudica e manda secondo ch'avvinghia (Inf. V, vv. 4-6): Virgilio e Dante proseguono la loro discesa e si trovano al cospetto di Minosse, il giudice infernale; egli avvolge la propria coda attorno al proprio corpo per un numero variabile di giri e, in tal modo, indica la pena, il tipo di peccato e perciò la destinazione ultima dell’anima del dannato. Dopo aver rabbonito Minosse (Non impedir lo suo fatale andare: / vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare, Inf. V, vv. 22-24), i due poeti sono ammessi al secondo cerchio.
Inf. V, secondo cerchio: lussuriosi; incontro con Paolo e Francesca.
Io venni in loco d'ogne luce muto, / che mugghia come fa mar per tempesta, / se da contrari venti è combattuto. / La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina; / voltando e percotendo li molesta (Inf. V, vv. 28-33): una tempesta trascina le ombre dei lussuriosi, coloro che si abbandonarono al piacere e agli amori illeciti. Tra di essi, Dante e Virgilio hanno la possibilità di parlare con Francesca da Rimini che giunge in prossimità dei due abbracciata al suo innamorato Paolo. Nella Commedia, ella è insieme il primo dannato e la prima donna alla quale lo scrittore dà la parola per narrare la propria vicenda: fu uccisa dal marito Gianciotto Malatesta che la sorprese in atteggiamento amoroso insieme al di lui fratello Paolo, mentre leggevano in un libro la storia di Lancillotto e di Ginevra. Ad ascoltare il racconto, il poeta sviene, sopraffatto dalla pietà e dal dolore.
Inf. VI, terzo cerchio: i golosi; incontro con Ciacco.
Dante e Virgilio procedono nella loro discesa: sono nel terzo cerchio sferzato da una violenta pioggia di grandine mista a neve torbida e a ghiaccio. Qui Cerbero, fiera crudele e diversa, / con tre gole caninamente latra / sovra la gente che quivi è sommersa (Inf. VI, vv. 13-15): sono i golosi che, schiacciati al suolo, si rotolano incessantemente nel fango freddo, la medesima poltiglia che Virgilio getta in pasto a Cerbero per ammansirlo. Quindi i due incontrano Ciacco che prefigura a Dante le sorti di Firenze, le lotte intestine, le espulsioni dalla città (Dopo lunga tencione / verranno al sangue, e la parte selvaggia / caccerà l'altra con molta offensione, Inf. VI, vv. 64-66).
Inf. VII, quarto cerchio: Pluto.
“Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”, / cominciò Pluto con la voce chioccia (Inf. VII, vv. 1-2): Pluto, altro custode infernale, tenta di rifiutare a Virgilio e a Dante l’ingresso al quarto cerchio; quindi il poeta latino lo apostrofa risentito: Taci, maladetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia (Inf. VII, vv. 8-9) e il guardiano mostruoso si accascia.
Inf. VII, quarto cerchio: gli avari e i prodighi.
Nel quarto cerchio Dante e Virgilio si trovano di fronte a una schiera di anime che senza sosta si scontra mentre spinge macigni; all’impatto seguono insulti e quindi il replicarsi infinito dell’azione: sono gli avari e i prodighi, coloro che non hanno avuto un rapporto corretto con il denaro.
Inf. VII, fra quarto e quinto cerchio: passaggio allo Stige.
Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva / sovr'una fonte che bolle e riversa / per un fossato che da lei deriva (Inf. VII, vv. 100-102): Virgilio e Dante passano al quinto cerchio per una gola, la via di scolo di una sorgente rovente che li porta verso le acque putride dello Stige; qui, nel fango sono gli iracondi che si percuotono l’un l’altro e di continuo, mentre gli accidiosi – coloro cioè che non sfogarono la loro rabbia – sono immersi sotto le acque del fiume.
Inf. VIII, quinto cerchio: le porte della città di Dite; gli iracondi nello Stige.
Virgilio e Dante sono di fronte alla città di Dite che sorge, sulle rive dello Stige, con le mura turrite accese di fuoco ([…] Il foco etterno / ch'entro l'affoca le dimostra rosse, Inf. VIII, vv. 73-74); le acque trasportano una nave piccioletta (Inf. VIII, v. 15) guidata da Flegïàs, altro traghettatore infernale, che prende a bordo i due poeti. Quindi esce dal fiume l’ombra di Filippo Argenti che si aggrappa alla barca, ma Virgilio lo respinge mentre abbraccia Dante spaventato; gli iracondi dilaniano nella melma l’ombra di Argenti.
Inf. IX, quinto cerchio: ingresso nella città di Dite.
[…] però che l'occhio m'avea tutto tratto / ver' l'alta torre a la cima rovente, / dove in un punto furon dritte ratto / tre furïe infernal di sangue tinte (Inf. IX, vv. 35-38): alla sommità della torre nelle mura che circondano Dite, le tre Furie – Aletto, Tisifone, Megera – tentano di impedire a Dante l’ingresso nella città fiammeggiante.
Inf. IX-XI, sesto cerchio: epicurei ed eresiarchi.
Virgilio e Dante entrano nella città di Dite dopo l’intervento di un angelo che ne apre le porte; i due poeti si trovano di fronte a una distesa di tombe tutte uguali, infuocate e scoperchiate, dentro le quali sono costretti al supplizio del fuoco gli eretici e i loro seguaci. Qui Dante incontra Cavalcante de' Cavalcanti, padre del suo amico Guido, e Farinata degli Uberti che gli profetizza l’esilio.
Quindi i due poeti procedono sull’orlo del settimo cerchio, dove osservano una gran quantità di rocce crollate (In su l'estremità d'un'alta ripa / che facevan gran pietre rotte in cerchio, / venimmo sopra più crudele stipa, Inf. XI, vv. 1-3).
Inf. XII, settimo cerchio, primo girone: i centauri puniscono i violenti contro il prossimo.
Dopo aver incontrato il Minotauro pieno di rabbia, Dante e Virgilio procedono nel loro cammino: questi spiega al Fiorentino che la ruina che li circonda è stata causata da un terremoto verificatosi poco prima che Cristo salvasse dal Limbo Adamo ed Eva, i patriarchi, i profeti. Quindi i due arrivano al Flegetonte, il fiume di sangue nel quale sono immersi i violenti contro il prossimo; custodi del luogo e aguzzini dei dannati sono i centauri (corrien centauri, armati di saette, / come solien nel mondo andare a caccia, Inf. XII, vv. 56-57).
Uno di essi, Nesso, minaccia Dante e Virgilio con il proprio arco: […] A qual martiro / venite voi che scendete la costa? / Ditel costinci; se non, l'arco tiro (Inf. XII, vv. 61-63). Virgilio spiega al centauro Chirone i motivi della loro presenza lì e si fa scortare proprio da Nesso lungo il corso del Flegetonte, il bulicame di bollor vermiglio (Inf. XII, v. 117 e v. 101).
Inf. XIII, settimo cerchio, secondo girone: i violenti contro sé stessi.
Superato il Flegetonte, Virgilio e Dante si trovano in un bosco di non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; / non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco (Inf. XIII, vv. 4-6): si tratta della selva di alberi spinosi nella quale sono puniti i suicidi – ad esempio Pier delle Vigne – e gli scialacquatori.
Inf. XIV, settimo cerchio, terzo girone: i violenti contro l’ordine divino.
Virgilio e Dante arrivano al sabbion di fuoco nel quale sono puniti i bestemmiatori: sulla landa sabbiosa cade una pioggia di fiamme (Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento, / piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento, Inf. XIV, vv. 28-30); qui anime nude si distendono supine o rimangono sedute o ancora corrono nel vano tentativo di ripararsi dal fuoco (Supin giacea in terra alcuna gente, / alcuna si sedea tutta raccolta, / e altra andava continüamente, Inf. XIV, vv. 22-24).
Inf. XIV, settimo cerchio, terzo girone: origine dei fiumi infernali.
Virgilio e Dante giungono alla sorgente del Flegetonte (Tacendo divenimmo là 've spiccia / fuor de la selva un picciol fiumicello, / lo cui rossore ancor mi raccapriccia. / Quale del Bulicame esce ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello, Inf. XIV, vv. 74-81).
Virgilio e Dante camminano lungo gli argini del Flegetonte, costruiti con pietre massicce e alte, che proteggono i sodomiti dalla pioggia di fuoco; essi devono tuttavia camminare incessantemente: colui che si ferma sarà infatti costretto a subire la pioggia rovente per cento anni, come Brunetto Latini spiega al suo antico allievo Dante.
Luogo è in inferno detto Malebolge, / tutto di pietra di color ferrigno, / come la cerchia che dintorno il volge (Inf. XVIII, vv. 1-3): Malebolge è un luogo nel profondo dell’Inferno, chiuso in alto da una parete rocciosa e in basso da un pozzo; in esso si avvicendano dieci fosse circolari e digradanti, collegate tra loro per mezzo di ponti anch’essi rocciosi, ma separate da argini.
Inf. XVIII, ottavo cerchio (Malebolge), prima e seconda bolgia: ruffiani, seduttori, adulatori e meretrici.
Due file parallele di dannati procedono in senso opposto: lungo il margine esterno camminano i ruffiani, all’interno i seduttori, gli uni e gli altri frustati da schiere di diavoli che in tal modo li fanno procedere.
Nella seconda bolgia, pervasa di miasmi insopportabili, rumorosa dei gemiti, del soffiare delle anime e del loro percuotersi con le mani, i destinati al supplizio si rotolano nello sterco.
Inf. XIX, ottavo cerchio (Malebolge), terza bolgia: corrotti negli uffici ecclesiastici, simoniaci.
Io vidi per le coste e per lo fondo / piena la pietra livida di fóri, / d'un largo tutti e ciascun era tondo. / […] Fuor de la bocca a ciascun soperchiava / d'un peccator li piedi e de le gambe / infino al grosso, e l'altro dentro stava (Inf. XIX, vv. 13-15, 22-24): Dante e Virgilio giungono dove sono puniti i simoniaci, incastrati a testa in giù entro buche circolari, dalle quali fuoriescono solo le gambe, con le piante dei piedi accese da fiammelle.
Inf. XX, ottavo cerchio (Malebolge), quarta bolgia: maghi e indovini.
Io era già disposto tutto quanto / a riguardar ne lo scoperto fondo, / che si bagnava d'angoscioso pianto; / e vidi gente per lo vallon tondo / venir, tacendo e lagrimando […] (Inf. XX, vv. 4-8): sul fondo della bolgia bagnato dal pianto, Dante vede ombre che piangono e camminano con la testa ruotata all’indietro rispetto al corpo, deformità che le fa procedere a ritroso. Si tratta dei maghi e degli indovini che hanno preteso di poter anticipare il futuro, possibilità consentita solo a Dio.
Inf. XXI-XXII, ottavo cerchio (Malebolge), quinta bolgia: barattieri; la scorta dei diavoli.
[…] bollia là giuso una pegola spessa, / che 'nviscava la ripa d'ogne parte (Inf. XXI, vv. 17-18): nella pece bollente sono immersi i barattieri, coloro che usarono cariche pubbliche per arricchirsi, sospinti nel fluido incandescente da schiere di diavoli, detti Malebranche, guidati da Malacoda.
Inf. XXIII, ottavo cerchio (Malebolge), sesta bolgia: ipocriti.
Là giù trovammo una gente dipinta / che giva intorno assai con lenti passi, / piangendo e nel sembiante stanca e vinta. / Elli avean cappe con cappucci bassi / dinanzi a li occhi […] / Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia; / ma dentro tutte piombo, e gravi tanto (Inf. XXIII, vv. 58-62): gli ipocriti procedono stancamente a capo chino sotto cappe splendenti d’oro, ma rivestite di piombo al loro interno. Poco più in là Dante scorge un gruppo di uomini crocifissi a terra, continuamente calpestati dal corteo degli ipocriti: sono Caifas e tutti i membri del Sinedrio che condannarono Gesù.
Contrariamente a quanto aveva affermato Malacoda, nella sesta bolgia tutti i ponti sono distrutti il che rende più difficoltoso per Dante e per Virgilio uscire di lì.
Inf. XXIV-XXV, ottavo cerchio (Malebolge), settima bolgia: ladri.
[…] e vidivi entro terribile stipa / di serpenti, e di sì diversa mena / che la memoria il sangue ancor mi scipa. / […] Tra questa cruda e tristissima copia / corrëan genti nude e spaventate, / […] con serpi le man dietro avean legate; / quelle ficcavan per le ren la coda / e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate (Inf. XXIV, vv. 82-84, 91-92, 94-96): Dante scorge sul fondo della bolgia una grandissima varietà di serpenti che si avvolge ai corpi nudi dei ladri, li trapassa, li riduce in cenere finché essi non rinascono e all’infinito patiscono lo stesso tormento.
Inf. XXVI- XXVII, ottavo cerchio (Malebolge), ottava bolgia: consiglieri fraudolenti.
[…] di tante fiamme tutta risplendea / l'ottava bolgia, sì com'io m'accorsi / tosto che fui là 've 'l fondo parea (Inf. XXVI, vv. 31-33): nel paesaggio roccioso che caratterizza le Malebolge, l’ottava è illuminata da innumerevoli fuochi, all’interno dei quali sono consumati i consiglieri fraudolenti, come Ulisse e Diomede.
Inf. XXVIII, ottavo cerchio (Malebolge), nona bolgia: scismatici e seminatori di discordie.
Chi poria mai pur con parole sciolte / dicer del sangue e de le piaghe a pieno / ch'i' ora vidi, per narrar più volte? (Inf. XXVIII, vv. 1-3): schiere di diavoli lacerano i dannati dal mento al ventre oppure dal mento ai capelli; questi si muovono in tondo nella bolgia mentre le loro ferite si rimarginano, in tal modo alla ripresa del giro, e all’infinito, il supplizio potrà ripetersi daccapo.
Inf. XXIX-XXX, ottavo cerchio (Malebolge), decima bolgia: alchimisti e falsari.
Nella rappresentazione della pena degli alchimisti sono condensati gli argomenti dei due canti: la condanna a stare l’uno sull’altro e a grattarsi senza sosta nel tentativo di alleviare i sintomi della scabbia.
Inf. XXXI, ottavo cerchio (Malebolge): il pozzo dei Giganti.
In una luce crepuscolare e richiamati dal suono di un corno, Virgilio e Dante si avvicinano a un pozzo che segna il luogo più profondo dell’Inferno. Si tratta di una cavità circolare nella quale si innalzano come torri i tre Giganti: Nemrot, fondatore di Babilonia che dette avvio alla costruzione della torre di Babele, suona il corno; Fialte, figlio di Nettuno che volle provare la sua forza contro Giove, è avviluppato da cinque giri di catena, con un braccio legato avanti e uno dietro; Anteo, che vinse e uccise Ercole, è l’unico dei tre a essere libero dalle catene e a poter parlare. Quindi adagia i due poeti sul fondo del baratro che coincide con il lago ghiacciato del Cocito.
Inf. XXXII-XXXIII, ottavo cerchio (Cocito), prima, seconda e terza zona (Caina, Antenòra, Tolomea): traditori dei parenti, traditori della patria, traditori degli ospiti.
Per ch'io mi volsi, e vidimi davante / e sotto i piedi un lago che per gelo / avea di vetro e non d'acqua sembiante (Inf. XXXII, vv. 22-24): tutti i dannati del Cocito sono sottoposti a supplizio per mezzo del ghiaccio, benché in maniera diversa a seconda della tipologia del tradimento.
Mentre infatti i traditori dei parenti e della patria sono imprigionati fino al viso, i traditori degli ospiti sono totalmente immersi nel ghiaccio, con gli occhi serrati dalle loro stesse lacrime ghiacciate.
Inf. XXXIV, centro dell’Inferno: Lucifero nella ghiaccia della Giudecca.
Lo 'mperador del doloroso regno / da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia / […] Oh quanto parve a me gran maraviglia / quand'io vidi tre facce a la sua testa! […] (Inf. XXXIV, vv. 28-29, 37-38): nella Giudecca, dove sono puniti i traditori dei benefattori, Dante vede Lucifero immerso nella ghiaccia; il suo aspetto è terribile, come il battito delle sue ali di pipistrello, origine del vento gelido che soffia nel Cocito; con la sua bocca centrale egli frantuma l’anima di Giuda, mentre nelle altre due tiene a testa in giù Bruto e Cassio.
Per poter discendere, Virgilio esorta Dante ad avvinghiarsi al collo di Lucifero e a sorreggersi ai suoi fianchi ghiacciati e ricoperti di pelo, fino ad arrivare tra il tronco e la coscia, punto che coincide con il centro del male.
Quindi il poeta latino compie una rotazione di 180 gradi sul proprio asse e inizia ad arrampicarsi nella direzione opposta, risale cioè, fino a giungere a una cavità rocciosa: Dante scorge i piedi di Lucifero, ora a testa in giù.
Sono usciti dall’Inferno, a riveder le stelle (Inf. XXXIV, v. 139).